Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht

di Enrico D’AMELIO

Oltre le gelide statistiche, le guerre vinte e le battaglie lasciate al nemico, i numeri di unica eleganza e straordinaria complessità, esistono calciatori per cui non esiste un’epoca, perché figli di qualsiasi tempo. Se volessimo spiegare cosa è stato per il calcio – e per ogni tifoso di questo sport – Marco Van Basten, non potremmo che partire dalla fine, dal 17 agosto 1995. Una data triste, in cui illusione e disincanto lasciarono il posto a una crudele consapevolezza, riassunta in poche parole dal titolo della Gazzetta dello Sport del giorno successivo: “Dove troveremo un altro come lui?”. Adriano Galliani disse che “il calcio aveva perso il suo Leonardo”, e perfino Diego Maradona, uno storicamente poco incline ad elargire facili complimenti, disse di “non aver mai visto un giocatore più elegante di Van Basten; una macchina perfetta che si è rotta, quando stava per diventare la migliore di tutte”. Costretto ad appendere gli scarpini al chiodo a soli 30 anni, questo cigno meraviglioso aveva cantato per l’ultima volta oramai tre anni prima, in una gelida notte di Champions League contro il Goteborg a San Siro. E sempre a San Siro, quel 17 agosto, non con la maglia rossonera, ma con un paio di jeans chiari e una camicia rosa nascosta sotto ad una giacca di renna, uno straziante e lento giro di campo ne annunciava la sconfitta più dolorosa. I vari tentativi di rimettere in sesto cartilagini deteriorate non avevano dato l’esito sperato; così, il suo pubblico adorante era costretto a salutare commosso il figlio prediletto. Una brusca e definitiva frenata sul più bello, dopo appena 10 di carriera, quasi la metà rispetto alla media di qualsiasi altro calciatore. Sufficienti, comunque, a fargli vincere tutto e forse anche di più. A riuscire in imprese che nessun altro aveva compiuto, biglietto utile a raggiungere di diritto l’olimpo dei semidèi. Dopo essere partiti dalla fine, possiamo riavvolgere il nastro del tempo e iniziare la sua storia. Una galleria di perle e diamanti da vedere e rivedere, capaci di mettere d’accordo tifosi e spettatori, giornalisti e semplici appassionati, così perfette da ubriacare di meraviglia il palato del più severo tra gli esteti.

Il passaggio di consegne e il laboratorio Ajax

Quando il predestinato si affaccia sul palcoscenico del professionismo è il 1981. Il movimento calcistico olandese ha visto passare la più bella nazionale che si ricordi, spintasi a raggiungere le finali del 1974 e 1978, ma non in grado di battere Germania Ovest ed Argentina nei due atti conclusivi del Mondiale. In parallelo, a sancire l’epilogo di quel ciclo irripetibile, anche la carriera del simbolo di quella squadra, Johan Cruijff, sta per imboccare il viale del tramonto. Il nome di Marco Van Basten figura per la prima volta in una partita del campionato dei Paesi Bassi il 3 aprile del 1982, in una gara contro il Nec Nijmegen. La maglia è ovviamente quella dell’Ajax e il futuro campione subentra al posto del vecchio numero 14. Gol all’esordio e, a fine stagione, primo titolo nazionale conquistato con la maglia dei lancieri. Ne arriva un altro l’anno successivo, quando i gol diventano 9 e le partite giocate 20, ma è nella stagione 1983/84 che il tulipano sboccia definitivamente, e il mondo intero si accorge che l’Olanda ha partorito un nuovo fuoriclasse. Un calciatore che possiede i colpi del numero 10 e la media realizzativa del numero 9, visto che è capace di segnare 28 volte in 26 partite ad appena 19 anni. Non più il modello Ajax in blocco a far parlare di sé, ma il singolo calciatore ad emergere rispetto ad un collettivo organizzato ad arte. Parallelamente arrivano le prime apparizioni con la casacca arancione, ma sono anni di apprendistato prima del Grande Evento, visto che gli eredi della compagine degli anni ’70 non riescono a qualificarsi per il mondiale in Messico del 1986. I titoli olandesi abituano a vincere il giovane campione, ma sono le ultime due stagioni all’Ajax che lo proiettano nella dimensione di una caratura internazionale. Il 1986 è l’anno della Scarpa d’oro, frutto di ben 37 reti in 26 presenze, e, nell’ultima stagione in biancorosso, arriva la conquista della Coppa delle Coppe. E’ sua la marcatura in finale ai danni della Lokomotive Lipsia, per una consacrazione europea giunta sotto la direzione tecnica proprio di Johan Cruijff. Il primo trofeo continentale di una lunga serie, che gli apre le porte al campionato più competitivo al mondo.

Una colonia olandese di nome Milanello

2 milioni di franchi svizzeri, quasi 2 miliardi di lire. Questa è la cifra imposta dai parametri UEFA che il Milan deve sborsare per assicurarsi le prestazioni del nuovo fuoriclasse, nell’estate 1987. Un affare per quello che sembra essere il più forte centravanti europeo in prospettiva, se non nell’immediato. Valutazione di gran lunga al ribasso, probabilmente, per la poca fiducia che altre società – più blasonate del Milan di allora – avevano riposto nelle sue condizioni fisiche, dopo l’infortunio ad una caviglia avvenuto durante una sfida contro il Groeningen. In effetti, già dopo la gara di Coppa Uefa persa in casa contro l’Espanyol – che poteva far morire sul nascere le ambizioni di rivoluzione tattica di Arrigo Sacchi -, Van Basten è costretto a fermarsi. E’ l’altra caviglia a costringerlo al riposo forzato e alla conseguente operazione, con sei mesi di inattività dai campi di gioco. I rossoneri sono impegnati in una rincorsa che sembra impossibile contro il Napoli di Maradona, lanciato a bomba verso il secondo scudetto consecutivo. Per chi ha memoria di quella stagione, una delle più avvincenti nella storia del calcio italiano, capace di vivere un decennio di primavera ininterrotta, ricorderà che sarà quasi esclusivamente il gemello olandese Ruud Gullit ad occupare le prime pagine dei giornali. Dopo la vittoria nello scontro diretto nella gara d’andata a San Siro – uno schiacciante 4-1 per l’undici di Sacchi – alcuni giornalisti sportivi iniziarono ad avanzare l’ipotesi che il 10 rossonero potesse essere addirittura più completo del rivale argentino. Van Basten era diventato oramai l’altro olandese. Il fuoriclasse solo nella potenzialità, ma non nella sostanza; teoria supportata da una marcia trionfale di Baresi e compagni, laureatisi Campioni d’Italia con soli 3 gol portati in dote dal centravanti di Utrecht. A 24 anni la carriera inizia ad essere di fronte a un bivio, con i detrattori pronti ad emettere il timbro della sentenza. Ma è nell’estate del 1988, a metà strada tra Milano e l’Olanda, che il cigno ritorna a cantare.

Germania 1988. L’Europa intera ai suoi piedi

O l’anonimato assoluto, per via di problemi fisici, o il proscenio conquistato da numero uno con gol ai limiti dell’impossibile. Così si è sviluppata, fino a questo punto, la carriera della punta fiamminga. “Il più raffinato ed elegante centravanti del calcio moderno, l’unico che sapesse danzare sulle punte di un fisico ciclopico”. Lo descrive così, su Repubblica, Emanuele Gamba, giornalista sportivo e noto tifoso granata. E’ questa frase, probabilmente, a evidenziare meglio di qualsiasi altra la diversità di Van Basten. Un calciatore che non sente il peso dei suoi 188 centimetri di altezza, ma che li mette a servizio di piedi con una tecnica fuori dal comune. Agli Europei in Germania non è la sua Olanda a partire con i favori del pronostico, tanto che la prima partita viene persa per 1-0 contro l’Unione Sovietica. Si pensa a una competizione di rodaggio, per gli oranje, in vista del Mondiale da disputare in Italia due anni dopo. C’è da dire, però, che la formula a sole 8 squadre, con le prime 2 di ogni girone qualificate direttamente per le semifinali, può dare adito a qualsiasi tipo di impresa. Infatti, con 4 punti conquistati in 3 partite, i ragazzi di Michels accedono alla semifinale contro i padroni di casa della Germania Ovest, favoriti di diritto alla vittoria finale. Una rivincita a distanza di 14 anni dalla finale mondiale del 1974. Questa volta, però, nell’undici arancione c’è più consapevolezza e meno inesperienza, più voglia di arrivare al risultato oggettivo e meno interesse nei riguardi della perfezione estetica. Dopo il vantaggio di Matthaus su calcio di rigore, c’è la risposta, sempre dal dischetto, da parte di Ronny Koeman. Poi, a due minuti dalla fine, il cigno timbra il sorpasso, con un gol più da attaccante di rapina che da Michelangelo del calcio. Manca solo il muro sovietico da demolire in finale prima della gloria, in una gara che verrà ricordata come quella del gesto tecnico proibito. Un gol, quello di Van Basten, che oltre a suggellare il 2-0 di una sfida mai in discussione, si inserisce di diritto nelle classifiche delle reti più belle di sempre per bellezza del gesto e coefficiente di difficoltà. L’Unione Sovietica si sarebbe dissolta, a livello politico, due anni e mezzo dopo, mentre quella parabola paradisiaca segnerà la fine della Nazionale con la scritta CCCP sulla maglia. Ma, in quel momento, non solo nessuno lo poteva immaginare, ma nessuno se ne sarebbe potuto o voluto accorgere, perché rapito da troppa meraviglia.

La nebbia di Belgrado nella nascita degli Invincibili

Agli albori di quelle che diventano pagine di Storia, il più delle volte, c’è sempre un punto di svolta senza il quale nulla sarebbe accaduto. Momenti in cui è il caso a farla da padrone, con le circostanze che si rivelano complici o nemiche dei personaggi in commedia. Se lo Scudetto del 1988 è stato il primo passo di una squadra che voleva scalare il mondo, il gradino successivo doveva essere, per forza di cose, la conquista dell’Europa che conta. Berlusconi e Galliani avevano costruito un gruppo troppo perfetto perché si potesse accontentare di vincere soltanto. I ragazzi di Sacchi dovevano per forza di cose aprire un ciclo, e farlo in un modo arrogante e inoppugnabile. La Coppa dei Campioni del 1988, però, non era la Champions League odierna con la formula a gironi. Allora bastava sbagliare una semplice partita per ritrovarsi estromessi già in autunno dall’obiettivo principale di stagione. Dopo un primo turno fin troppo agevole contro il Vitosha Sofia, che vide una quaterna di Van Basten nella gara di ritorno, i rossoneri dovettero spostarsi un’altra volta ad est della Cortina di ferro, per essere contrapposti alla Stella Rossa di Belgrado nel doppio confronto degli ottavi di finale. Il pareggio per 1-1 nell’andata di San Siro era un mezzo passo falso che non lasciava moltissime speranze per il ritorno, da giocare nell’inferno del Marakana. Le cose non si mettono bene per il Milan, visto che il primo tempo si chiude sull’1-0 per Savicevic e compagni, e, ad inizio ripresa, viene espulso Virdis per un fallo visto solo da un guardalinee. L’arbitro tedesco Pauli, però, a causa della nebbia fittissima che avvolge lo stadio jugoslavo, è costretto a sospendere il match e a rimandarlo al giorno successivo. Si ripartirà dallo 0-0 e dal primo minuto – allora le regole dicevano questo -, e, nonostante una direzione di gara non proprio favorevole, i rossoneri porteranno a casa la qualificazione ai calci di rigore grazie a un Giovanni Galli in stato di grazia. Da lì, una cavalcata trionfale fino alla finale di Barcellona, con uno stadio quasi totalmente rossonero, e un 4-0 ai danni della Steaua Bucarest, firmato dalle doppiette di Gullit e Van Basten. C’è il marchio indelebile del cigno in questa Coppa dei Campioni tornata a Milano dopo tanti anni, grazie alle 10 reti messe a segno nella massima competizione continentale per club che gli valgono il titolo di capocannoniere del torneo. L’anno dopo arriva il bis, nella finale di Vienna decisa dalla rete del terzo olandese, il centrocampista Frank Rijkaard, in una stagione macchiata solamente da un campionato perso al fotofinish, nell’assurda trasferta di Verona. Il Milan di Sacchi e degli olandesi, in ogni caso, a prescindere da uno Scudetto in più o in meno in bacheca, è diventato una squadra già leggendaria nel mondo. Capace di essere considerato uno spartiacque tra un ‘prima’ e un ‘dopo’, nella storia di un calcio, quello italiano, storicamente incline a un’impostazione tattica speculativa, più che di aggressività e pressing nella metà campo avversaria. In tutta questa serie di trionfi c’è la meraviglia di Van Basten. Un campione in continua evoluzione, che, anno dopo anno, migliora come il più pregiato dei vini d’annata. Come tutti i cicli, però, anche quello sacchiano giunge a conclusione. Forse per incapacità, da parte di giocatori troppo perfetti, di reggere allenamenti troppo maniacali per più anni consecutivi. Così, nella buia e controversa notte di Marsiglia, in cui Galliani ‘ritira’ la squadra dal campo a causa di un black-out momentaneo, c’è la definitiva crisi di rigetto. La società rossonera, a causa di questa decisione, viene squalificata per un anno dalle Coppe europee. Van Basten e il Diavolo, ancora una volta, si ritrovano a ripartire da zero.

L’arrivo di Capello e le ultime due stagioni da numero uno

Uno dei tanti luoghi comuni che gli addetti ai lavori utilizzano per identificare le caratteristiche di alcuni atleti è etichettarli come “il prototipo del calciatore moderno”. Una semplificazione dialettica spesso poco pertinente, visto che i fuoriclasse lo sono a prescindere dal periodo storico di riferimento. Nel caso di Van Basten, però, questo giudizio di forma assume i connotati della sostanza. Non necessariamente classico numero 9 da area di rigore, ma giocatore totale in omaggio alle proprie radici fiamminghe. Nell’estate del 1991, quando l’olandese è all’apice della maturità calcistica con i suoi 27 anni, Silvio Berlusconi sceglie Fabio Capello per riprovare a scalare il mondo. Giornalisti e addetti ai lavori, quasi all’unanimità, ritengono non più rianimabile una squadra che ha vinto per due volte consecutive Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale, il massimo per un club. La squadra appare arrivata alla fine di un ciclo con la naturalezza dello scorrere del tempo. Invece è proprio il fatto di trovare un tecnico non esasperato dal pressing e dalla difesa altissima, ma soltanto abilissimo gestore di spogliatoio, che consente di vivere una seconda giovinezza a calciatori ritenuti dai più sul viale del tramonto. Lo stesso Van Basten, in una recente intervista rilasciata proprio a Capello, ha dichiarato che fu importantissimo per il gruppo avere finalmente un allenatore che fosse stato calciatore, e che potesse così capire, a differenza di Sacchi, le esigenze dei singoli. Così, nemmeno a dirlo, il campionato 1991/92 vide il Milan conquistare lo Scudetto, e Van Basten mettere a segno 25 reti in 31 partite giocate, che gli valsero il titolo di capocannoniere per la seconda volta in Italia, dopo le 19 marcature nella stagione 1989/90. Sembrava il preludio ad una nuova ascesa, grazie a una società in grado di comprare giocatori per il solo gusto di sottrarli alle rivali. Lo fu per il Milan, in effetti, ma non per Van Basten. Durante il 1992/93, dopo il terzo Pallone d’Oro assegnatogli, a seguito dei due consecutivi del 1988 e del 1989, la caviglia comincia a dare nuovi segnali allarmanti, tanto da indurre il calciatore a sottoporsi ad una nuova operazione di pulizia. Due o al massimo tre mesi i tempi di recupero prospettati da parte dell’equipe medica di St. Moritz, dove il campione – in disaccordo con il Milan – decide di operarsi. Purtroppo le cose non vanno per il verso giusto, e, a giugno del 1993, si sottopone al quarto ed ultimo intervento, per tentare l’ennesima riabilitazione. Non sa che la finale di Coppa dei Campioni giocata contro l’Olympique Marsiglia, disputata in condizioni precarie e persa per il gol di Boli, è stata la sua ultima apparizione non solo con la maglia del Milan, ma da calciatore professionista in senso assoluto. La stessa squadra, quella francese, ironia del destino, che due anni prima aveva interrotto il dominio europeo del Milan di Sacchi. Nel medesimo stadio – quello di Monaco di Baviera -, peraltro, dove soltanto 5 anni prima Van Basten aveva portato al trionfo la Nazionale Olandese all’Europeo di Germania. Se per i ragazzi di Capello questa finale persa rappresenta soltanto un incidente di percorso, visto che dodici mesi dopo ci sarà l’epico 4-0 contro il Barcellona di Cruijff nella finale di Atene, per il calcio in generale si tratta di un punto di non ritorno. Per trasmettere alle nuove generazioni cosa abbia significato questa fine improvvisa e dolorosa, è sufficiente citare una frase di Carmelo Bene: “Il lutto per il ritiro di Van Basten non si è mai estinto e mai si estinguerà”. Non possiamo sapere se avrebbe potuto salire l’ultimo gradino che conduce alla perfezione e trascinare la Nazionale Olandese alla conquista del Mondiale che le manca; o se avrebbe incontrato, invece, un fisiologico declino sopraggiunto con l’avanzare dell’età. Quel che è certa è l’eredità di bellezza lasciata, a distanza di più di 20 anni da quel 17 agosto. Restano impresse in modo indelebile le immagini di giocate immortali, oltre al rammarico di essersi persi chissà quanta meraviglia rimasta ancora inespressa. E rimane anche, probabilmente, la consapevolezza che “uno come lui” ancora non lo abbiamo trovato.