Scudetto 1915: la leggenda di Genoa e Lazio per un tricolore di cento anni fa

di Enrico D’AMELIO

Come quando ci aggrappiamo ai ricordi per esorcizzare un grigio presente, c’è una romantica matassa da dirimere affiorata in questi giorni, venuta da un passato affascinante e antico. E’ notizia recente il possibile riconoscimento alla Lazio dello Scudetto 1914/15. Un campionato assegnato al Genoa anni dopo, a causa dell’interruzione delle competizioni sportive per via del primo conflitto mondiale. Di fatto, un torneo interrotto in fretta e furia, con un titolo rimasto vacante per quattro lunghi anni, senza che le squadre in testa nei gironi del Nord e del Centro potessero contenderselo in uno scontro diretto. Non spetta a chi scrive dare giudizi di merito sulla questione. Se fosse giusto o meno premiare una squadra piuttosto che un’altra, o più sensato assegnarlo ex aequo, ipotesi maggiormente accreditata che circola nelle ultime ore. Ad ognuno il suo. Questo blog ha sempre guardato all’aspetto sentimentale del calcio, a ciò che esula dai freddi calcoli statistici, alla ricerca della storia che c’è sullo sfondo e non a ciò che appare in superficie nell’immediato.

Il primo campionato a girone unico, che ricalca il modello della Serie A attuale, viene disputato nella stagione 1929/30, anche se un calcio più internazionale nasce nel secondo dopoguerra. Precisamente nel 1955, quando si gioca la prima edizione della Coppa dei Campioni, vinta dagli spagnoli del Real Madrid. Quando ancora tutto ciò era in embrione, l’Italia calcistica riproponeva lo stesso modello dello stile di vita di allora. Il cosiddetto triangolo industriale, che comprendeva e comprende le città di Milano, Torino e Genova, dominava anche sul rettangolo verde. L’antica repubblica marinara viveva la sua ‘Belle Epoque’ grazie all’incessante attività portuale, e alle tante industrie presenti nell’entroterra ligure. Vita vissuta intrecciata al calcio, con la costruzione dei primi transatlantici, usati dagli emigranti genovesi nei viaggi verso il Sud America. Lì, precisamente in Argentina, venne costruito un quartiere destinato ancora oggi a far parlare di sé in ambito calcistico: la ‘Boca’. La squadra di calcio che lo rappresenta, il Boca Juniors, conserva a tutt’oggi la scritta ‘xeinezes’ – cioè genovesi – sul retro della maglia, a sancire un legame mai reciso con i navigatori italiani che hanno dato vita a questo mito. Per contestualizzare ancora meglio il periodo, va detto che il primo scudetto al di fuori di Lombardia, Piemonte e Liguria è stato quello vinto dal Bologna nella stagione 1928/29; per la prima volta al di fuori del nord, invece, si è dovuto attendere il 1942, quando è stata la Roma di Amadei a diventare Campione d’Italia.

Pur nelle diversità sancite dai pochi lustri trascorsi, Genoa e Lazio giungono a questo torneo – che non si chiamava Serie A, bensì Prima Categoria – con similitudini che si intrecciano. Il Genoa fondato da nobili inglesi, mentre la Lazio nasce come Polisportiva, e sceglie come colori il bianco e il celeste in onore della Grecia, la patria delle Olimpiadi. Ambedue, dunque, con cromosomi elitari nel DNA, e con un occhio rivolto all’estero del livello più elevato, pur mantenendo salde le origini genovesi e romane. Altro particolare poco evidenziato, la differenza di competitività delle due squadre negli anni tra il ’12 e il ’14. I rossoblu, anche se sei volte campioni d’Italia, non conquistano il tricolore dal 1904. La Lazio, nonostante non abbia mai vinto il trofeo, viene da due finali consecutive, anche se perse in modo netto contro Pro Vercelli e Casale. Come a lasciar intendere che sarebbe stato giusto lasciar decidere al campo, se non si fossero sovrapposti eventi ben più drammatici.

Questo è quanto accaduto prima di un campionato mai terminato. Poi c’è stata la guerra, anni dopo le prime rimostranze di Torino e Inter, con il tecnico granata Vittorio Pozzo convinto che la sua squadra avrebbe potuto superare la compagine rossoblu, dopo averla sconfitta 6-1 nella gara di andata, e vincere il girone del Nord Italia. In attesa che la Federazione di oggi si pronunci sulle richieste della Lazio, quella di allora ha assegnato, anni dopo e in via definitiva nel 1921, lo scudetto al Genoa. Forse perché considerata la squadra più forte, e naturale vincitrice del torneo. Ci sarà tempo, nel caso fosse riconosciuto questo successo alla società romana, per celebrarla come merita. Ora, tra le varie opinioni contrastanti, possiamo andare a scavare nel passato che riemerge, e rendere omaggio a distanza di un secolo al Genoa Campione d’Italia 1915. Quando una squadra italiana non solo era rappresentata da giocatori nati in Italia, ma, molto spesso, da abitanti di quella città. Se andiamo a rileggere le cronache dell’epoca, scopriamo che la vittoria esterna più ampia in tutta la storia della Serie A è avvenuta proprio in quella stagione, ad opera del Genoa (0-16) sul campo dei piemontesi dell’Acqui. Oppure, che ai rossoblu venne squalificato Marassi per aver tesserato i vercellesi Berardo e Mattea, e furono costretti a giocare alcune partite in casa allo ‘Stadium’ di Brignole. Altro aneddoto non da poco, il temine ‘mister’, con cui si identifica abitualmente nel calcio l’allenatore, è dovuto a come i giocatori si rivolgevano al tecnico di allora del Genoa, l’inglese William Garbutt. Situazioni impensabili, se viste con gli occhi di oggi.

I genoani vennero premiati al Restaurant Francia l’11 dicembre del 1921, ma alcuni dei neocampioni non conobbero mai il brivido della gloria, perché scomparsi anni prima in guerra. Tra le tante storie all’interno della storia, due su tutte pongono in secondo piano ciò che può essere impresso o meno su un almanacco a distanza di un secolo. Quella di Claudio Casanova, terzino destro di Cornigliano, classe 1895. Giovane promessa del calcio italiano, e morto a Genova durante il conflitto, a 20 anni appena compiuti. E quella di Adolfo Gnecco, anch’egli genovese, ma morto a Zagorje, paese nei pressi del Monte Santo, in Slovenia, sul fronte orientale italiano. Luoghi in cui, per pochi km di terreno, a tanti giovani ragazzi è stato tolto un futuro da scrivere. Dove il silenzio di terre gentili attutisce il rumore del calcio di oggi. Sempre più simile a un volgare spettacolo, piuttosto che a uno sport in grado di veicolare emozioni.

Precedente Conifa, la vittoria dell’Abkhazia nel mondiale delle Nazioni Senza Stato Successivo Parigi 1998, Ronaldo vs Nesta: quando eravamo re