Le mille suggestioni del derby del fiume Congo

di Fabio Belli

La Coppa d’Africa non sempre regala uno spettacolo tecnico-tattico in linea con quanto ci si aspetterebbe. Le suggestioni però sono sempre parecchi, e spesso si vanno a creare incroci che non hanno niente da invidiare a quelli che ad esempio hanno fatto la storia dei Mondiali.

Così come nel 1974 due mondi si tesero idealmente la mano nella sfida tra Germania Est e Ovest, sabato scorso nei quarti di finale dell’edizione in corso nella Guinea Equatoriale, le due anime del fiume Congo si sono ritrovate di fronte. La Repubblica del Congo (capitale Brazzaville) contro la Repubblica Democratica del Congo (capitale Kinshasa), che una volta si chiamava Zaire. E che proprio a quel Mondiale, Monaco ’74, ha partecipato come prima squadra dell’Africa Nera a essere presente in una rassegna iridata, con le pressioni del regime che fecero saltare i nervi a Ilunga Mwepu che spazzò via la palla ancor prima che il Brasile con Rivelino potesse battere un calcio di punizione.

L’Africa è un gioiello bellissimo vista dall’alto sorvolando il fiume Congo, che divide due nazioni che si portano dietro però tutti i problemi, le contraddizioni e le sofferenze del Continente nero. La divisione è puramente coloniale: francesi da una parte, belgi dall’altra, ma un filo sottile continua a unire le due popolazioni, tanto che prima dello scontro in Guinea Claude Le Roy, allenatore del Congo “Brazzaville”, si era detto comunque felice che il Congo, in un modo o nell’altro, in semifinale ci sarebbe stato.

La partita è stata folle e imprevedibile come solo in Coppa d’Africa può avvenire: Repubblica del Congo, sfavorita alla vigilia, avanti di due reti in apertura di ripresa, dopo un primo tempo chiuso sullo zero a zero. Quindi, si scatena la Repubblica Democratica del velocissimo Yannick Bolasie e del bomber Mbokani, e in meno di mezz’ora il risultato passa sul 2-4. Quanto basta per assistere all’incredibile esultanza di Muteba Kidiaba, il portiere del Mazembe, l’unica squadra africana che abbia mai giocato una finale del Mondiale per Club (nel 2010, contro l’Inter). Kidiaba si siede e inizia a saltellare trascinandosi sul sedere, come se avesse il didietro a molla.

Se non si vede, non ci si crede: una partita comunque giocata a mille all’ora, con l’allegria tattica che potenzia la prestanza fisica di giocatori che nel calcio che conta arrivano a giocare nella Serie B inglese, al Terek Grozny in Russia o al massimo alla Dinamo Kiev, come il centravanti della Repubblica Democratica Dieumerci Mbokani. Proprio così, in francese Mbokani si chiama “grazie a Dio”, così come il talento più cristallino della squadra, Kebano, numero dieci classe ’92 cresciuto nel Paris Saint Germain e attualmente tra le fila del Charleroi in Belgio, di nome di battesimo si chiama Neeskens. Chiaro omaggio all’asso dell’Olanda degli anni ’70, di cui Neeskens Kebano ricalca in parte le movenze. Mille storie in una insomma, come solo l’Africa sa riservare col suo calcio folle e in parte ancora spensierato.