Lo scudetto all’ombra del Vesuvio: il sogno del Napoli 1987

di Alessandro Iacobelli

10 maggio 1987: il Napoli entra nella storia. Il match contro la Fiorentina decreta il primo scudetto del sodalizio partenopeo. Un traguardo sognato per più di sessanta anni dal popolo e per diciotto dal Presidente Corrado Ferlaino. Una cavalcata epica, vissuta a ritmi pazzeschi. Tutte le componenti necessarie, dopo effimeri tentativi, si mescolano alla perfezione. L’assetto dirigenziale trova una quadratura inedita. Il patron Ferlaino si avvale di fidati delfini del calibro di Italo Allodi, nella veste di General manager, ed un rampante Pierpaolo Marino agli esordi come Direttore Sportivo.

Nella torrida estate del 1986 si pongono le basi per l’impresa tricolore. In panchina siede Ottavio Bianchi, tecnico esperto e navigato. La squadra proviene da un discreto terzo posto nel torneo precedente vinto dalla Juventus di Trapattoni e Platini. La cessione illustre di Eraldo Pecci, destinazione Bologna, non è certo facile da digerire in zona nevralgica. Il tandem Allodi-Marino opta allora per la grinta agonistica assicurata da Fernando De Napoli, prelevato a titolo definitivo dall’Avellino, e per le geometrie di Francesco Romano. In attacco giunge dall’Udinese Andrea Carnevale.

La stella di Diego Armando Maradona brilla incontrastata. Il fuoriclasse argentino si eleva a divinità pagana della città partenopea. Il numero 10 regala subito lampi di genio nell’esordio al ‘Rigamonti’ contro il Brescia. Buona la prima. Sette giorni dopo la coriacea Udinese blocca sull’1-1 gli azzurri. Graziani risponde a De Napoli. Il derby campano con l’Avellino si risolve a reti bianche. I ragazzi di mister Bianchi tornano alla vittoria il 5 ottobre al ‘San Paolo’. Il Torino cade sotto i colpi di Bagni, Ferrara e Giordano. Nelle successive sei giornate Bruscolotti e soci inanellano una serie invidiabile di risultati utili; spiccano i tre blitz in trasferta con Sampdoria, Roma e Juventus. Il sorpasso sui bianconeri trova una micidiale conferma nel poker rifilato al malcapitato Empoli. Il girone di andata culmina con lo scivolone patito in quel di Firenze; Diaz, Antognoni e Monelli trafiggono Garella. Inutile l’acuto di Maradona.

Tra gennaio e febbraio il Napoli scatena la sua furia incamerando un filotto limpido. Brescia, Udinese, Avellino e Torino devono inchinarsi. Nel frattempo le acerrime rivali Inter, Roma e Juventus accusano rispettivamente quattro e cinque lunghezze. Il traguardo si avvicina sempre di più, ma con l’avvento della primavera il ciuccio si eclissa. In quattro turni racimola solo un successo (0-1 a Bergamo) e due pareggi (in casa con Sampdoria e Roma). Arriva pure la sconfitta di misura contro l’Inter firmata Bergomi.

Il gruppo, però, resta unito e coeso. L’ambiente non si scompone. Alla 24ͣ Renica e Romano estromettono definitivamente la ‘Vecchia Signora’ dalla lotta per il titolo. La stanchezza fisica e psicologica appare lapalissiana nel match di Verona, dove gli Scaligeri offendono per tre volte. Il 2-1 sul Milan, con strepitoso raddoppio del Pibe de Oro, riassesta l’equipaggio. “Su quel ramo del lago di Como” il contingente azzurro impatta 1-1 ma guadagna un punto approfittando dal passo falso dell’Inter al ‘Del Duca’ di Ascoli. La città, dal Vomero a Posillipo, vive una settimana frenetica. Un immenso abbraccio avvolge il prato verde dell’impianto di Fuorigrotta per la passerella contro la Fiorentina. Domenica 10 maggio 1987 90.000 cuori battono all’unisono e scandiscono il conto alla rovescia. Termina 1-1 la sfida con le segnature di Carnevale e Roberto Baggio. Allo scoccare delle 17.45 l’arbitro Pairetto chiude le ostilità. La festa può cominciare. Ascoli è la cornice ideale per archiviare una stagione indimenticabile; Carnevale e Barbuti timbrano il congedo nel giubilo collettivo.

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