I due eroi di Lugo di Romagna: Baracca e… Zaccheroni

di Enrico D’Amelio

Si dice che nello sport tutti i cicli abbiano un inizio ed una fine. Ci sono le leggende, i miti, gli eroi invincibili che formano compagini di granito, destinate a restare impresse come calce sui libri di storia. Dominatrici in campo nazionale e internazionale per quasi un lustro, salvo poi vivere un periodo di fisiologico assestamento, fino a tornare ad anni di normalità. E poi esistono squadre il cui destino è l’anonimato nel corso del tempo. Nate per rappresentare un piccolo paese di provincia italiana, più per amore dello sport, che per ritrovarsi ogni lunedì nelle prime pagine dei quotidiani sportivi. Il bar davanti allo stadio, i tifosi che, se non in toto, in larga parte sono parenti degli atleti, e quel sapore genuino di calcio d’altri tempi riscontrabile solo nelle realtà lontane dai riflettori e dal denaro. Non sempre, ma ogni tanto, succede che queste società incrocino professionisti ancora sconosciuti, destinati a diventare un giorno allenatori della squadra più titolata al mondo.

zac_e_tamburiniIl periodo storico è la fine degli anni ’80. Se in Italia è il Napoli di Maradona a dettare legge con due campionati conquistati (nel 1987 e nel 1990), in campo europeo è il Milan di Sacchi a fare man bassa del trofeo più ambito, riuscendo nell’impresa di vincere per due anni consecutivi la Coppa dei Campioni (1989-1990) e la Coppa Intercontinentale (1990-1991). Un gruppo di giocatori stellare in ogni reparto del campo – forse la squadra di club più forte di sempre a livello tecnico ed agonistico -, con un allenatore che ha rivoluzionato tatticamente il modo di giocare in Italia, e non solo. Niente più libero staccato, nonostante la presenza di un certo Franco Baresi, ma 4 difensori in linea e giocatori abilissimi ad accorciarsi e ad asfissiare gli avversari nella loro trequarti con un pressing instancabile e ininterrotto. Uno dei pochissimi allenatori senza un passato da calciatore, come alcuni che, anche se con altre idee di massima, iniziavano a studiarlo da emisferi opposti.

Nello stesso magico biennio rossonero, c’è la nostra squadra di provincia che tocca il punto più alto della propria storia, con la promozione in Serie C1, e le prime apparizioni, di conseguenza, sulla mitica – e allora c’è da giurarci che lo fosse – schedina del Totocalcio: il Baracca Lugo. Nato nel 1909 e bianconero di maglia, gli venne affibbiato questo nominativo in onore di Francesco Baracca, cittadino lughese ed asso dell’aviazione italiana nella Grande Guerra del 1915-18. Poche pretese fino al 1986, quando la società romagnola arriva prima nel campionato di Promozione, a pari merito con Castel San Pietro e Brescello (la squadra del paese di Don Camillo e Peppone, tanto per contestualizzare maggiormente il tutto). Il sorteggio dà ragione al Baracca Lugo, che passa a giocarsi il campionato Interregionale nella stagione successiva. A questo punto del racconto, dopo un anno di transizione in Serie D, c’è il bivio della storia.

Siamo nell’estate del 1988, e un altro allenatore senza passato da calciatore, anch’egli destinato a far parlare di sé, ma dopo anni di gavetta nella provincia romagnola, è scelto per allenare i bianconeri: Alberto Zaccheroni. Romagnolo di Meldola, fino a quattro anni prima il suo vero lavoro era nell’albergo di famiglia, in Piazza Comandini a Cesenatico. Lì inizia la sua carriera in panchina, con la squadra locale, per poi passare a Riccione e Boca San Lazzaro. “Schieravo la difesa a uomo, con il libero e due marcatori, ma cercavo di trasmettere una mentalità offensiva. Zona a centrocampo, e attacco con un fantasista e due punte”, dirà anni dopo in un’intervista alla Gazzetta, ricordando i primi anni a dirigere uno spogliatoio. L’impatto con i bianconeri è magnifico: campionato vinto, e salto immediato in C2. “Mantenni il libero, ma dissi ai marcatori di non seguire più gli avversari nei loro spostamenti laterali”, dirà Zac nella stessa intervista. Il Baracca Lugo è tra i professionisti, dopo decenni di dilettantismo. Una conversione della squadra accompagnata da quella del suo mister, che decide di passare dalla marcatura a uomo alla zona, con un 4-4-2 di ispirazione sacchiana.

Così, se Van Basten e compagni si apprestano a vincere la seconda Coppa dei Campioni consecutiva, il Baracca conquista la Serie C1 per la stagione 1990/91. L’ultimo salto di categoria, prima di fermarsi. Un undicesimo posto che vale la salvezza, ma senza Zaccheroni in panchina, passato nel frattempo ad allenare il Venezia. Se era la prima volta per i romagnoli in una categoria così alta, lo era anche per il tecnico su una panchina che non fosse romagnola. Un cordone ombelicale oramai spezzato, che porta allenatore e società a vivere un decennio di soddisfazioni inversamente proporzionali. Infatti, se per Zac questi due anni sono stati un trampolino di lancio verso la Serie A, a Lugo di Romagna si iniziano a conservare le schedine del Totocalcio con il nome del Baracca come dei cimeli da custodire gelosamente per le nuove generazioni. E mentre la Nazionale di Sacchi perde ai rigori contro il Brasile il Mondiale americano, e il movimento calcistico italiano torna all’antico affidando la panchina azzurra a Cesare Maldini, Zaccheroni è arrivato sulla panchina dell’Udinese nel 1995, scelto da Giampaolo Pozzo in persona, dove decide di schierare la squadra con un inedito 3-4-3. Tre campionati di altissimo livello alla guida dei friulani, contro i favori del pronostico, con un terzo posto conquistato nel campionato 1997/98 e Oliver Bierhoff laureatosi capocannoniere con 27 gol.

Qui il cerchio della nostra storia si chiude, con il tecnico di Meldola che arriva sulla panchina del Milan, la squadra italiana più vincente nel mondo. Proprio quella che fu di Arrigo Sacchi. Un campionato strano, quello del 1998/99, con i rossoneri che non partono con i favori del pronostico, ma che riescono a rimontare 7 punti di svantaggio alla Lazio di Eriksson, con una serie di vittorie consecutive e pirotecniche a fine stagione. Scudetto al fotofinish al primo anno per Zaccheroni, e, parallelamente, la favola del Baracca che si conclude, con un amaro ritorno tra i Dilettanti, dopo uno spareggio perso nei Play Out contro il Tempio. Dopo lo scudetto del 1999, anche la carriera di Zaccheroni comincia a vivere un lento declino dopo aver raggiunto l’apice. Mai amato dal presidente Berlusconi per motivi politici, e per i difficili rapporti con giocatori di classe come Boban, poco inclini ad essere inseriti in un rigido contesto tattico. Si dice che sia stato proprio il presidente, infatti, ad aver ‘indotto’ Zaccheroni a rinunciare all’amato 3-4-3, per passare a un più flessibile 3-4-1-2, non senza il bene placito di senatori rossoneri come Maldini, Costacurta e Albertini. Ma questa è un’altra storia, che, per quello che rappresenta in termini economici e mediatici, toglierebbe spazio al romanticismo di quelle favole che succedono di tanto in tanto nei luoghi dove nessuno ha segreti per il vicino di casa. E che consentono alle tante Baracca sparse in Italia e nel mondo di sperare di vivere, anche se per una sola volta e mai più, il proprio indelebile momento di gloria.

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