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Meroni e il Torino: un’incredibile coincidenza (VIDEO)

di Fabio BELLI

La storia del Torino fino alla prima metà degli anni Ottanta parla di una squadra abituata a rappresentare il calcio italiano in Europa. La gloria raggiunta negli anni Venti, con uno Scudetto revocato e il primo titolo conquistato, e quella degli anni Settanta, con il settimo Scudetto di Pulici, Graziani e Gigi Radice in panchina, non è nulla rispetto all’epopea degli anni Quaranta, in cui il Toro è stata probabilmente la più forte formazione del mondo.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. E’ il Grande Torino, che vinse 5 scudetti e una Coppa Italia tra il 1943 ed il 1949. E chissà cosa avrebbe potuto fare se ci fosse stata già la Coppa dei Campioni, se il campionato non fosse stato interrotto per tre anni per la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto se il Destino non avesse riservato un epilogo tragico a quella squadra, destinata allo schianto tragico sulla collina alle spalle della Basilica di Superga in cui nessuno sopravvisse.

E’ stata narrata in questi decenni la storia dei campioni che perirono nello schianto, dei giornalisti che erano al loro seguito nella trasferta di Lisbona per un’amichevole, persino di chi per un soffio scampò alla tragedia non salendo sull’aereo per una coincidenza, come le riserve Sauro Tomà e Renato Gandolfi, infortunati, il giornalista Niccolò Carosio, l’ex ct della Nazionale Vittorio Pozzo (che ebbe lo straziante compito del riconoscimento dei cadaveri dopo lo schianto) e il futuro allenato della Lazio campione d’Italia, Tommaso Maestrelli, che doveva aggregarsi al Toro in prova in prospettiva di un futuro trasferimento.

Pochissimo si sa invece del pilota dell’aereo di Superga: Pierluigi Meroni, 34 anni: rintracciata dal Corriere della Sera, la famiglia dell’aviere con compostezza ha sottolineato come, dopo le prime commemorazioni, il padre sia stato progressivamente dimenticato. L’incidente di Superga venne analizzato a lungo, compresa la decisone di atterrare di ritorno da Lisbona a Torino e non a Malpensa come inizialmente stabilito. A tradire il Meroni pilota fu l’altimetro guasto e la fittissima nebbia che lo fece volare a quota pericolsamente bassa, fino allo schianto. Una tragica fatalità, una catena di eventi come spesso accade negli incidenti aerei, che non preservarono la figura di Meroni da polemiche e insinuazioni. “Mia mamma ce l’aveva coi giornalisti per quel che scrivevano – ha raccontato il figlio al Corrriere della Sera -. A casa, parlava poco di mio padre. Però chiese di pubblicare una lettera di rettifica, per difenderne la memoria. I giornali insistevano nel sostenere che il disastro fosse colpa del pilota, ma l’inchiesta stabilì che la strumentazione di bordo era rotta. Nostro padre era un istruttore di volo cieco: volare nella nebbia, era la sua specialità.”

I più attenti hanno però notato un particolare: il nome Meroni e il nome Pierluigi, che può facilmente essere abbreviato in Gigi. Proprio come Gigi Meroni, a sua volta destinato a un destino tragico come quello degli eroi di Superga. Campione degli anni Sessanta e idolo dei giovani per il suo anticonformismo, capelli lunghi, relazione con una donna sposata, a volte in giro per Torino con una gallina al guinzaglio. Un suo gol contro l’Inter a San Siro fece sognare i tifosi granata che avevano finalmente un nuovo idolo dopo Valentino Mazzola. Ma come Mazzola, la vita di Meroni si spezzò in maniera assurda: il 15 ottobre del 1967 venne investito presso corso Re Umberto a Torino, mentre andava a prendere un gelato col compagno di squadra Fabrizio Poletti dopo la partita con la Sampdoria. Poletti venne colpito solo di striscio, Meroni in pieno e per lui non ci fu scampo.

Destinati a piangere i loro eroi, i tifosi del Toro si trovarono però di fronte a un’incredibile, ennesima coincidenza. A investire Meroni fu un ragazzo di 19 anni tifosissimo del Toro, che era conosciuto allo stadio come sosia del campione: “Mi pettinavo come lui, avevo 19 anni, qualcuno fuori dallo stadio mi confondeva con lui e io firmavo autografi ‘Gigi Meroni’. Avevo la stanza piena dei suoi poster. Poi l’ho investito” Un senso di colpa che ha accompagnato per 50 anni Attilio Romero, che nel 2000 fu il manager chiamato dall’allora patron del Toro, Cimminelli, per diventare presidente.

Esatto, il Torino ha avuto come presidente coluì che investì con l’automobile e uccise il campione di cui era sosia e primo fan Gigi Meroni, idolo dei tifosi granata che si chiamava come il pilota dello schianto di Superga in cui perì la squadra forse più forte e leggendaria della storia del calcio italiano. Impossibile dare una spiegazione a un filo invisibile ma quasi fisicamente percettibile che lega tragedie e passione, tenuto stretto solo dalla forza del destino.