Eduard Streltsov, la triste storia del Pelé sovietico

di Fabio Belli

Parlando di storie di calcio, uno dei temi più utilizzati è sicuramente quello “dalle stelle alle stalle“. Fenomeni che hanno magari ballato una sola estate, talenti sui quali in moltissimi erano pronti a mettere la mano sul fuoco, che hanno visto appassire prematuramente la loro forza sul campo. Difficilmente però la discesa all’inferno è stata così profonda, simbolica e sicuramente anche tragica come quella che Eduard Streltsov ha dovuto affrontare nella sua vita.

Non stiamo parlando di uno qualsiasi, assolutamente no: ma la nebbia che avvolge l’impero sovietico alla fine negli anni cinquanta è fittissima, e di questo purissimo talento che a vent’anni sembrava pronto a sbocciare, si è quasi finito col perdere la memoria. Male, perché quanto fatto vedere sul rettangolo verde da Streltsov prima del fatidico anno 1958 è qualcosa di assolutamente straordinario. La sua squadra è la Torpedo Mosca, non la più vicina ai cuori del Cremlino, dove però non si fanno sfuggire le prodezze e i 48 gol di Streltsov, che in Nazionale si è già fregiato di un alloro a soli 18 anni: l’oro olimpico a Melbourne, nel 1956.

L’anno fatidico come detto è però il 1958, quando ai piani alti hanno già deciso il destino di questo formidabile asso che al genio e all’imprevedibilità, abbina un fisico che sembra forgiato nell’acciaio sovietico. Nel 1958, il soviet supremo vede in Streltsov la stella capace di conquistare il titolo Mondiale in Svezia, arma segreta da contrapporre alla Perla Nera, un ragazzino chiamato Pelé con il quale Streltsov, tutti sono sicuri, sarà destinato a duellare per anni e anni nell’immaginario collettivo.

Ma col Politburo non si scherza, e Streltsov commette due gravi errori che lo fanno diventare nemico giurato del regime comunista. Ufficialmente, rifiuta il passaggio alla squadra dell’esercito, il CSKA Mosca. Nessuno rifiuta il CSKA, soprattutto se l’ordine di trasferimento arriva dall’alto. Ma secondo i bene informati, il dramma di Streltsov si compie durante una festa in cui gli eroi di Melbourne vennero accolti al Cremlino dai vertici del PCUS, primo passo verso il cammino iridato in Svezia. Streltsov si ritrova di fronte la donna più potente dell’Unione Sovietica, Yekaterina Furtseva, unica alta dirigente di sesso femminile del Partito Comunista dell’epoca. La Furtseva fa capire a Streltsov di desiderare senza mezzi termini una liaison tra il campione e la figlia Svetlana. Lì arriva il gran rifiuto del giovane fenomeno, che si difenderà sempre affermando di aver opposto il suo fidanzamento, con imminente matrimonio, come impedimento a qualsiasi coinvolgimento romantico “pilotato”.

Il problema è che come tutti i giocatori dotati di un genio indiscusso, Streltsov esprime una certa sregolatezza che, abbinata alla passione per l’alcol, si risolve spesso in una mancanza di diplomazia fatale. E dunque fa male a rifiutare il CSKA, fa molto male a rifiutare le attenzioni di una “infanta” del Politburo, ma a mandare fuori di testa Yekaterina Furtseva sarebbe stato l’appellativo poco simpatico di “scimmia“, udito con le sue orecchie, che all’ennesima vodka Streltsov si sarebbe lasciato scappare ad alta voce riferito alla giovane Svetlana.

Morale della favola, mentre Pelé segna ai Mondiali il suo primo gol iridato in Svezia proprio all’Urss, il suo omologo sovietico vede iniziare un lungo incubo nelle fredde celle del famigerato carcere di Butirka. La Furtseva avrebbe denunciato Streltsov, che avrebbe cercato di “violentare” una giovane non meglio identificata in quella maledetta festa. Streltsov, ingenuamente, si fa anche estorcere una confessione, con la falsa promessa di un biglietto per raggiungere la squadra ai Mondiali e l’archiviazione di tutta la storia: sarà invece la sua condanna. Il passaggio da Butirka a un gulag in Siberia sarà rapido, la permanenza ai lavori forzati molto meno: sette lunghi anni che lo minarono nel fisico, ma all’uscita, incredibilmente, il suo talento e la sua inventiva, intatti, portarono la Torpedo Mosca, dove tornò a giocare, ad un nuovo titolo sovietico. Il conto il gulag lo presentò, probabilmente, quando nel 1990 Streltsov morì per un cancro a soli 53 anni: il bicchiere, suo unico confidente, gli rimase accanto fino all’ultimo giorno trascorso a pensare alla sfida mai consumata con Pelé.

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