1950: Uruguay-Brasile 2-1. Campioni del Mondo senza cerimonia

di Andrea Rapino

Non fu una finale vera e propria, anche se all’atto pratico fu una finalissima a tutti gli effetti. Il titolo Mondiale del 1950 non venne infatti assegnato con una partita secca, ma con un torneo conclusivo tra le quattro squadre che avevano vinto i rispettivi gironi della prima fase. Per una serie di coincidenze quel Brasile-Uruguay divenne una sfida con tutti i crismi dello scontro finale, perché le due squadre si trovarono ad affrontarsi nella partita conclusiva nel girone finale prima e seconda in classifica, separate da un punto appena. La formula singolare non deve meravigliare più di tanto: all’epoca non era affatto inusuale, e fin dagli anni ’20 in Italia è così che si svolgono molti spareggi, come ad esempio quelli per la promozione in Serie B o per il passaggio dai tornei regionali alla Serie C.

L'Uruguay schierato in campo prima del "Maracanazo"

L’Uruguay schierato in campo prima del “Maracanazo”

Nel girone finale del primo Mondiale ospitato in casa il Brasile ha sbaragliato la Svezia 7-1 e la Spagna 6-1. Meno travolgente è stato l’Uruguay del commissario tecnico Juan Lòpez Fontana, l’unico che continua a preferire il metodo al sistema: ha pareggiato con la Roja 2-2 e superato di misura gli scandinavi 3-2. Ai verdeoro basta perciò un pareggio per alzare la Coppa Rimet: hanno i favori del pronostico e sete di gloria dopo le partecipazioni ai tornei iridati di Italia e Francia con formazioni che non rappresentavano l’eccellenza del futebol brasileiro.

Obdulio Varela

Obdulio Varela

L’1-0 segnato da Albino Friaça in avvio di secondo tempo fa sentire praticamente la vittoria in tasca alla folla che gremisce il Maracanã: sugli spalti si stimano tra i 160 e i 200mila. In pochi minuti però il destino della quarta Coppa del Mondo viene stravolto: a metà ripresa arriva il pareggio di Juan Alberto Schiaffino, futuro milanista che in rossonero si fregerà di tre scudetti. A completare l’opera pensa Alcides Edgardo Ghiggia, anch’egli atteso dall’italianizzazione per vestire le maglie di Roma e Milan: sigla il 2-1 a dieci minuti dal termine. Una rete che ricorderà dicendo che “solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanã: Frank Sinatra, Papa Giovanni Paolo II e io”. Il gol di Ghiggia porta in testa al girone finale la Celeste: dopo vent’anni, e due partecipazioni mancate per motivi “politici”, l’Uruguay si riprende il trofeo più ambito. Per il Brasile è un dramma: una nazione si chiude in un lutto inconsolabile, tanto che la leggenda vuole che centinaia di tifosi sull’onda della disperazione scelgano la strada del suicidio!

In questo clima, i responsabili del comitato organizzatore non sono da meno. Afflitti, quasi in catalessi, non consegnano la coppa. La banda musicale viene meno al protocollo che prevede di intonare l’inno nazionale dei vincitori. Jules Rimet, ideatore della manifestazione, come racconta lui stesso, si ritrova con il trofeo tra le mani, fra i giocatori brasiliani in lacrime, senza sapere cosa fare. Tra l’imbarazzo e l’incertezza, il francese nota per caso vicino a lui il capitano uruguaiano Obdulio Jacinto Muiños Varela: ruvido e combattivo centromediano che in patria è il leader del Peñarol, e che nel 1930 era un ragazzino di tredici anni che vendeva giornali in strada e non aveva ancora iniziato a giocare a calcio. Rimet gli stringe la mano e gli affida la coppa senza neanche una frase di circostanza: il riconoscimento più importante del Mondo viene consegnato come il premio di consolazione di un qualsiasi torneo amatoriale.