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1954: Germania Ovest-Ungheria 3-2. Il tramonto senza fine dell'”Aranycsapat”

di Fabio Belli

L’Ungheria viene considerata la zona del crepuscolo del grande sogno europeo. Un vecchio adagio recita che i magiari si “divertono piangendo”, e che interiorizzano troppo i loro drammi, senza mai superarli davvero. E forse non è un caso che dopo il tramonto di quella che, da chi l’ha vista giocare, è ancora considerata la più grande squadra di tutti i tempi, non sia più riuscita ad allestirne una non solo altrettanto forte, ma neanche in grado di avvicinarsi a quei livelli, tanto che il declino del calcio ungherese continua ancora oggi a 60 anni di distanza da quel 4 luglio del 1954.

Tedeschi in trionfo dopo il "Miracolo di Berna"
Tedeschi in trionfo dopo il “Miracolo di Berna”

Grosics, Buzànsky, Lantos, Bozsik, Lòrànt, Zakariàs, Tòth, Czibor, Kocsis, Hidegkuti, Puskàs. Questo era l’undici titolare di quella che veniva chiamata in patria “Aranycsapat”, ovvero la “squadra d’oro”. Al Mondiale del 1954 gli uomini allenati dal CT Gusztav Sebes arrivarono dopo quattro anni di imbattibilità. Ultima sconfitta nel 1950, campioni olimpici ad Helsinki nel 1952 con questo esatto schieramento, con l’unica eccezione di Peter Palotàs al posto di Tòth: non c’era un osservatore, un tecnico, un tifoso che non fosse pronto a scommettere su una marcia trionfale alla rassegna iridata in Svizzera.

Così, quando a Berna al cospetto dell’Ungheria si presentò una Germania Ovest ritrovata sulla scena internazionale dopo l’esilio post bellico, la finale era a pronostico chiuso, forse il più scontato nella storia di sempre dei Mondiali. E non solo per una mera valutazione tecnica: a parlare per l’Ungheria erano proprio i risultati di quel Mondiale. Ovvero, 9-0 alla Corea del Sud e 8-3 ai tedeschi nelle eliminatorie, 4-2 al Brasile nei quarti e 4-2 all’Uruguay in semifinale, seppur ai supplementari. Proprio così: Puskàs e compagni avevano battuto 8-3, esattamente due settimane prima della finalissima, i loro avversari verso la conquista della gloria iridata. Cosa poteva mai andare storto?

I capitani Fritz Walter e Ferenc Puskas prima del fischio d'inizio
I capitani Fritz Walter e Ferenc Puskas prima del fischio d’inizio

A dispetto del significato etimologico di “Aranycsapat”, però, non era tutto oro quel che luccicava. Innanzitutto i tedeschi, che avevano intuito la formidabile occasione che il Mondiale poteva rappresentare per tornare a far parlare della Germania nel mondo in termini ben diversi dall’orrore della Seconda Guerra Mondiale, nelle eliminatorie avevano preferito consegnarsi agli ungheresi schierando una squadra imbottita di riserve. Questo per non sprecare energie e giocarsi la qualificazione ai quarti, poi ottenuta, contro i modesti turchi. Anche i pezzi grossi in campo, come Helmut Rahn e Fritz Walter, passeggiarono per poi scatenarsi contro Turchia, Jugoslavia e soprattutto Austria in semifinale, battuta 6-1 nonostante i favori del pronostico fossero per gli eredi della leggenda Sindelar.

Secondo poi, “l’oro” della squadra basata sull’ossatura della mitica Honved di Budapest, era racchiuso tutto dalla cintola in su. Ferenc Puskàs, colonnello dell’esercito, deteneva la palma di più forte giocatore del mondo, capace di fatto di interpretare da fuoriclasse tutti i ruoli d’attacco. Sàndor Kocsis viene ancora oggi considerato come uno dei migliori attaccanti-colpitori di testa di ogni epoca. Zoltàn Czibor garantiva i rifornimenti da destra, Nàndor Hidegkuti addirittura è considerato universalmente l’antesisgnano del “falso nueve”, capace di far passare dai suoi piedi tutto il frenetico gioco della squadra, anche grazie alla protezione di un mediano dai sette polmoni come Jòzsef Bozsik. Il pacchetto arretrato però non era all’altezza di tanta grazia calcistica, ad eccezione del portiere Grosics. Buzànsky, Lantos, Lòrànt e Zakariàs erano degli onesti faticatori, e fu proprio questo tallone d’achille a tradire i magiari in finale. Questo, e la doppia battaglia contro i sudamericani. La partita dei quarti di finale contro il Brasile, combattutissima, si concluse in rissa, con Puskàs che rimediò anche una bottigliata in testa (!) da Pinheiro. In semifinale, contro un Uruguay che ai Mondiali non era mai stato eliminato, il mito iniziò a scricchiolare: Hohberg rimontò due gol nel finale, e Borges colse un palo nei supplementari, prima che Kocsis con una doppietta riuscisse a rimettere le cose a posto.

Ma è già l’inizio della fine: le tante battaglie ravvicinate hanno avuto effetti nefasti sulle caviglie di Puskàs. A Berna il colonnello si regge a malapena in piedi, ma Sebes non se la sente di negargli la soddisfazione di diventare, con ogni probabilità, campione del mondo. Dopo 8’ i tedeschi sono per giunta già sotto di due: Puskàs devia in rete avventandosi su un tiro sbilenco di Kocsis, mentre Czibor passa in una difesa avversaria imbambolata. “Herr” Sepp Herberger, CT tedesco, in panchina ha però una strana espressione. E’ stato a vedere la semifinale con l’Uruguay, e sa che i magiari non ne hanno più. E infatti 10’ dopo si è già 2-2, con Morlock e Rahn che approfittano di una difesa ungherese svagata. Il conto di un dominio quadriennale si presenta tutto d’un colpo all’”Aranycsapat”, la difesa fa acqua e la caviglia tradisce il colonnello quando c’è da spingere dentro la palla del 3-2.

Una staffilata di Rahn compie quello che in Germania, anche da un titolo di un film, viene ancora ricordato come il “Miracolo di Berna”. In realtà i rumori sinistri del doping coprono l’esultanza teutonica, una versione che in tempi recenti ha trovato nuove imbarazzanti ammissioni. E’ opinione comune che anche contro la “bomba”, gli ungheresi sarebbero stati imbattibili se non fossero arrivati alla finale logorati e appesantiti dal debito di riconoscenza verso Puskàs e afflitti da una difesa inadeguata. Il risultato però è consegnato alla storia, e del tramonto magiaro non si vede ancora la fine.