Vita e opere di Manlio Scopigno: un filosofo in panchina

di Alessandro IACOBELLI

Il 20 novembre 1925 in quel di Paularo, nella provincia del Friuli, nasce un ‘filosofo’. Il suo nome è Manlio Scopigno.

Calcio e università sono le costanti che dominano nella sua mente. Con la famiglia si trasferisce a Rieti, luogo amato fino in fondo. Nella quiete dei territori della sabina Manlio indossa casacca e scarpini. Tre anni intensi e poi, con il prolungato intervallo alla Salernitana, il salto in Serie A nel Napoli. L’esperienza partenopea però è di fatto il culmine del sogno da calciatore. Nel bel mezzo di un roboante 7-1 sul povero Como il ginocchio di Scopigno fa crack. L’inferno del dolore, delle visite e di troppe sofferenze. Manlio prende la drastica decisione di lasciare il rettangolo verde.

Il ritorno a Rieti apre le pagine del diario da allenatore. Intanto, per l’impossibilità di conciliare libri e lavoro, l’università di Roma saluta il pensatore friulano. La gavetta non manca di certo tra Rieti ed Ortona. Mister Lerici nel 1959 lo accoglie a Vicenza offrendo al tecnico emergente il ruolo da vice-allenatore.

Da allievo a maestro l’attesa non è eterna. Nel 1962 infatti Scopigno conduce la truppa biancorossa alla meta della salvezza da comandante. Il ‘filosofo’ Manlio sperimenta idee e schemi riflettendo sul tema della tattica esistenziale. Un autentico precursore del calcio totale olandese. Un personaggio mai banale con il Whisky in una mano e la sigaretta nell’altra.

Il Bologna, per il campionato 1965-1966, lo corteggia sperando di rivivere le recenti emozioni. La tenerezza resiste la penuria di cinque giornate. Il ben servito arriva con una lettera in cui Scopigno sottolinea alcuni errori grammaticali da censura.

Il ‘filosofo’ quindi riparte da un esilio che si rivelerà magnifico. La Sardegna si trasforma nell’oasi felice per traguardi strepitosi. Lo stadio Amsicora di Cagliari si trasforma in una bolgia. Capitan Cera, il difensore Niccolai, il brasiliano Nené, il dinamico centrocampista Domenghini. Poi lui, il Bronzo di Riace del calcio italiano. Gigi Riva sogna e fa sognare il popolo rosso-blu. Le lezioni del Professor Scopigno sono stimolanti e mai noiose. Nel 1969-1970 la storia sportiva e sociale dello stivale viene riscritta con caratteri cubitali ed indelebili. Per il ‘filosofo’ il rito domenicale nell’anno di grazia si materializza non in panchina ma sugli spalti gremiti della tribuna.

Per un comportamento poco spensierato posto in essere nei confronti del guardalinee impegnato nel match con il Palermo. Cinque lunghi mesi di punizione. Manlio resta lucido alla guida dei suoi ragazzi. L’odore del riscatto del sud si avverte già dall’alba del torneo. Il testa a testa chiama in causa la Juventus di Anastasi e l’Inter di Facchetti e Suarez. La partita decisiva, il 15 marzo, estrae un pareggio non privo di polemiche con l’arbitro Lo Bello. Riva timbra una doppietta. Tempo un mese e lo scudetto si stampa sul petto del Cagliari. Ancora Riva, capocannoniere del campionato, e Gori regolano il Bari. L’arena Amsicora celebra il tricolore. Un’overdose di gioia. Nella stagione successiva l’infortunio del pezzo forte Riva interrompe l’incantesimo del bis tricolore e della Coppa dei Campioni.

La sponda giallorossa della capitale si appella al ‘filosofo’ per aspirare ad una rinascita. Scopigno allora lascia la Sardegna. Il sodalizio con il patron Anzalone dura un batter d’occhio con l’unica consolazione di aver lanciato un timido ma talentuosissimo Agostino Di Bartolomei.

L’ultima pagina del manuale filosofico di Manlio Scopigno narra del ritorno al Lanerossi Vicenza. Sostituisce l’uruguagio Hector Puricelli senza riuscire a compiere il miracolo della salvezza. In cadetteria viene rapito da una prolungata malattia. Il brasiliano Cinesinho subentra all’altezza del ventesimo turno.

Scopigno si rifugia nel silenzio spensierato di Rieti. Nel 1993 il cuore ferma la sua corsa lasciando un vuoto nella quotidianità di molti appassionati della sfera inseguita dai simboli del calcio.