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Venezia, la favola lagunare: i gol di Recoba e l’Intertoto rifiutato. Poi, i fallimenti e la D

di Marco Piccinelli

Sessantaquattro punti collezionati in trentotto giornate, secondo posto e Stefan Schwoch capocannoniere degli arancioneroverdi. L’accostamento cromatico, inaccettabile per i più e stupefacente per una cerchia ristretta di persone nell’ambito della penisola italica,  ha subito fatto scattare i più attenti sibilando ‘Venezia’ tra le labbra di chi sta fissando lo schermo del proprio computer. Grazie ai gol dell’attaccante nato a Bolzano, i lagunari riescono a conquistare il secondo posto, dietro un’imprendibile Salernitana, assicurandosi la promozione: 1997-1998, il Venezia torna in serie A.

L’anno successivo squadra di Salerno sarebbe stata retrocessa dalla Serie A e costretta a ‘scendere’ nel limbo della B ma la squadra di Venezia non era fatta per essere nuovamente sbattuta in fondo alla classifica della massima serie italiana. La favola veneziana comincia, per la verità, soltanto nel girone di ritorno e, per sintetizzarla brevemente, si potrebbe così scandire: arrivo di Recoba, il Venezia inizia a vincere, Intertoto sfiorato. Anzi, rinunciato, per viltà magari, come il Celestino V dantesco (colui che fece per viltade il gran rifiuto) ma forse anche per restare ben coi piedi per terra. Ma questo si vedrà più avanti, con la speranza che non sia un post interminabile e che il lettore non riesca a leggere.

Tutto comincia, in buona sostanza, con la promozione del Venezia in serie A: stagione 1998-1999, una delle maglie più belle mai viste, ma il girone di andata non è dei migliori. Tuttavia, a gennaio arriva Alvaro Recoba in prestito dall’Inter. Walter Novellino può contare, ora, su un attacco niente male: Recoba, Maniero e Fabian Natale Valtolina, quello stesso Valtolina che aveva segnato il gol del 3 a 3 contro la Roma vestendo la maglia del Piacenza, siglando la terza rete con una rovesciata degna di nota e imbeccata da un lancio di Tramezzani dalle retrovie.

Nel girone di andata il Venezia inizia subito a perdere e a scavare, più che scalare, la classifica della serie A: prima giornata, sconfitta col Bari; seconda giornata, pareggio col Parma fino ad una lunga sequela di sconfitte con Roma, Fiorentina, Milan, Perugia e Bologna. Le uniche due vittorie arancioneroverdi del girone di andata, praticamente, sono contro la Lazio e contro il Cagliari, anch’essa neopromossa come il Venezia. La classifica si mette male, la situazione non è affatto rosea e Novellino deve fare qualcosa per invertire la rotta: a gennaio, come giù detto, arriva Alvaro Recoba in prestito dall’Inter.

La situazione muta del tutto e i lagunari iniziano a vincere con la quasi totalità delle squadre con cui avevano perso; il Pierluigi Penzo, il vecchio stadio sull’isolotto di Sant’Elena (Fondamenta Sant’Elena, per la precisione) s’era appena ricominciato ad usufruire con la promozione in A e ad ogni vittoria pareva che si facesse più arancioneroverde. Uno degli stadi più antichi, dopo il Ferraris di Genova, sembrava avere avuto una seconda gioventù e sembrava quasi venire giù alle due punizioni che Recoba aveva rifilato a Toldo nella casalinga contro la Fiorentina: finì 4 a 1 contro la terza in classifica. Quattro a uno, tripletta di Recoba, aprendo le danze con un gol à la Ali Karimi, battendo la Fiorentina di Trapattoni, Batistuta, Rui Costa e di quel Luis Airton Barroso Oliveira che poi aveva contribuito alla salvezza dei lagunari in uno dei tantissimi momenti difficili che la squadra ha passato. Quattro a uno contro una Fiorentina ai limiti della leggenda e concludendo il campionato inanellando una vittoria contro l’Inter per 3 a 2, dopo aver subito l’onta di sei gol all’andata. Il Venezia finirà la serie A del 98-99 con 42 punti: – 2 dal Bologna e rifiutando il posto nell’Intertoto, affidandolo, così, ad un Perugia che concluse il proprio campionato pericolosamente vicino alla zona salvezza.

L’anno successivo sarà quello dell’ingresso del giapponese Nanami – noto ai più per la sua inconsistenza a centrocampo – e di Spalletti in panchina, dopo che Novellino aveva optato per Napoli, seguito da Schwoch, ma il Venezia non era più lo stesso: retrocessione e discesa nel limbo. Perché, stavolta, non c’era Recoba a salvare il Venezia. La tradizione veneziana, vuole, che il leone di San Marco, simbolo della città, fosse raffigurato brandente una spada se in guerra con qualche Nazione o città, con il Vangelo e con le parole “Pax tibi, Marce, evangelista meus” se in pace.

A chi batte queste righe, affezionato non poco ai colori arancioneroverdi, piace pensare che durante la stagione 98-99 l’emblema del leone fosse quello con la spada ma gli anni successivi avrebbero segnato la pace e la resa, verrebbe da dire, prima ancora che le battaglie potessero aver luogo. E quasi non serve recriminare quel 2 a 2 galeotto contro la Roma, che tanto fece parlare i tifosi giallorossi, perché “quel punto avrebbe potuto consegnarci un altro scudetto”: il Venezia subì fallimenti su fallimenti e ben presto si sarebbe ritrovata con un’altra icona tra le proprie fila (Paolo Poggi) a lottare per la salvezza in C1. Anche quell’illusione durò poco perché la permanenza nel professionismo venne minata del tutto quando l’SSC Venezia, sorto dalle ceneri dell’AC Venezia, dovette cambiare nome in FBC Unione Venezia e ripartire dalla serie D. In sovrannumero, peraltro, nel girone del nordest (C).

Giovanni Volpato, Jacopo Molin, Mirco Tessaro, Matteo Nichele, Simone Corazza, Marco Masiero, Mattia Collauto: una parte dell’organico in D della squadra di Venezia del 2009, compreso l’ultimo citato che, una volta approdato in laguna in serie B, ha vissuto una rapida discesa verticale fino al fallimento in D.

E tant’è, a dire che quella era stata una squadra raffazzonata, preparata all’ultimo e senza maglie fino al girone di ritorno, la favola veneziana era anche quella: senza niente ma con uno stadio centenario che cullava una società incerta, fragile e che si affacciava, perfino, all’azionariato popolare quando si sarebbe completata la ‘cordata’ comunale.