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Telê Santana, “O Mestre” della classe brasiliana: attaccare senza limiti

E se la tragedia del Sarrià fosse frutto della nostra immaginazione? L’uomo è stato davvero sulla luna? Siamo proprio sicuri della morte di Elvis Presley e Michael Jackson? Paradossi che tolgono il sonno. Sì perché il Brasile del 1982 era il paradiso calcistico. Perfezione tecnica distillata da una solida guida: Telê Santana. Attaccare sempre, ovunque e senza limiti. La difesa? Ora chiediamo troppo.

Nato nel 1931 a Itabirito, Santana sposa il calcio da giovanissimo. Baricentro basso, dinamismo e piedi educati. Sbarca il lunario con la maglia della Fluminense. Nella veste di ala segna a valanga strabiliando la tifoseria. Il Brasile tra gli anni ’50 e ‘60’ è una facoltà a numero chiuso. Garrincha, Amarildo, Zagallo, Vavà e Pelè alzano un muro invalicabile. Dopo oltre 500 gettoni nel Tricolor Telê completa altre tre dignitose annate con Guarani e Vasco de Gama. Il fiato diventa corto e la carriera da trainer solletica la mente. La riflessione è prolungata e sofferta ma, alla fine, Santana sceglie la panchina.

In patria vince e costruisce il mito. Fluminense, Atletico Mineiro, San Paolo, nuovamente Atletico Mineiro e Gremio. La lista di titoli è ricca: due campionati brasiliani, un campionato Carioca, un campionato Gaucho. Il gioco spumeggiante, arioso e privo di eccessivi compiti tattici diverte e aguzza l’ingegno della federazione brasiliana. La gestione targata Coutinho aveva iniettato il virus dei dettami europei. Artifici scientificamente congeniati che, però, ingabbiavano la libertà della fantasia. Con Santana al timone la samba torna alla ribalta. Socrates, Cerezo, Junior, Falcao, Zico, Eder e Dirceu. Ai Mondiali spagnoli del 1982 la corazzata verdeoro ci arriva da unica favorita. Il primo girone è una passerella di velluto contro URSS, Scozia e Nuova Zelanda. La seconda fase parte con i migliori auspici, grazie al tris rifilato ai rivali dell’Argentina.

Il 5 luglio 1982 il Brasile, apparentemente proiettato verso la semifinale con la Polonia, sfida l’Italia di Bearzot. Gli azzurri vengono dal successo su Maradona e soci. Gentile prende in consegna Zico e non lo lascerà più. Bruno Conti e Cabrini sono sguscianti spine nel fianco. Tardelli è un motorino instancabile a centrocampo e poi c’è lui: Paolo Rossi. L’attaccante juventino, criticato al veleno dalla stampa fino a quel momento, prende per mano le sorti sportive della penisola. I Telê boys insaccano due gol (e che gol!) con Socrates e Falcao, ma con questa Italia non c’è nulla da fare. Il giocattolo si rompe.

Santana cerca allora di dimenticare la cocente delusione trasferendosi addirittura in Arabia Saudita. I soldi non fanno la felicità? Dipende dai puti di vista. Il mister si toglie comunque la soddisfazione di alzare la coppa del Re saudita e di trionfare nel locale campionato.

Nel 1985 la Nazionale brasiliana naviga in sabbie mobilissime, rischiando di non prender parte alla rassegna irridata dell’anno successivo in Messico. Il ct risponde presente e salva il salvabile. Il 21 giugno, a Guadalajara, i nodi vengono al pettine. Il Brasile di Careca, Branco e Almeao viene eliminato ai rigori nei quarti di finale dalla Francia. L’ennesimo sogno svanito convince Telê a dire addio alla panchina verdeoro.

Il calcio in patria, però, ha ancora bisogno di lui. Atletico Mineiro, Flamengo e San Paolo sono le sue ultime avventure. Il tempo di vincere ancora: due Coppe Libertadores, due Coppe Intercontinentali, due Recope Sudamericane, una Supercoppa Sudamericana, due campionati Paulisti, un campionato brasiliano e un campionato Mineiro. Una bacheca da mille e una notte che spedisce Telê Santana nel gotha del calcio universale.