Rubens Fadini, “l’eroe per caso” dello stadio di Giulianova

di Fabio Belli

La tragedia di Superga ha cambiato il calcio italiano, segnandolo indelebilmente per i successivi venti anni. Dal tragico schianto aereo del 1949 che spazzò via il Grande Torino (ma non la sua leggenda) e le possibilità della Nazionale italiana di riconfermarsi campione del mondo nel 1950, bisognerà attendere gli Europei del 1968 per rivedere i colori azzurri salire in alto a livello internazionale. I campioni di quella squadra sono stati omaggiati con l’intitolazione di stadi in tutta la Penisola, da nord a sud, per ricordare nomi scolpiti nella storia, che avrebbero potuto dare ancora tantissimo alla scena calcistica Nazionale, senza dimenticare l’incalcolabile perdita a livello umano che la caduta dell’aereo che tornava da Lisbona procurò.

Un nome però fra tutti, meno conosciuto rispetto a quello dei campionissimi abituati a vestire la maglia azzurra, nasconde una storia incredibilmente curiosa, figlia dell’Italia degli anni cinquanta. In cui i piccoli paesi di provincia vivevano situazioni non molto dissimili a quelle dipinte da Guareschi nelle storie del Sindaco Peppone e di Don Camillo. La politica, con la divisione del mondo tra il blocco occidentale e quella comunista, inizia a farsi vivere dopo anni di repressione fascista nella vita quotidiana dei cittadini come gli italiani avevano forse dimenticato. Il che però è anche frutto di tensioni che, in città di non grandi dimensioni in cui la conoscenza e la frequentazione reciproca è inevitabile, spesso appesantiscono oltremodo l’ambiente.

In tutto questo, la storia di Rubens Fadini sembra completamente scollegata. Nato in provincia di Ferrara in Emilia, in un paese chiamato Jolanda di Savoia il 10 giugno del 1927, Fadini è un mediano che all’età di 21 anni, nel 1948, esplode letteralmente nelle serie inferiori strutturate a più gironi nel primissimo dopoguerra del calcio italiano. Tanto da attirare gli osservatori delle più blasonate formazioni di Serie A: Fiorentina, Milan, Inter, tutte mettono gli occhi sul giovane Fadini. Che non può dire di no a quello che è il club più forte e ammirato del mondo alla fine di quegli anni quaranta che il mondo hanno sconvolto con la guerra più feroce di tutti i tempi. Il Torino lo prende sotto la sua ala, e lui riesce a ritagliarsi spazio tra campioni capaci di conquistare già quattro scudetto consecutivi, a cavallo del conflitto bellico. Prima di quel maledetto schianto del 4 maggio del 1949: Valerio Bacigalupo, i fratelli Aldo e Dino Ballarin, Emilio Bongiorni, Eusebio Castigliano, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Pietro Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Schermata 2015-10-22 alle 12.48.25. Con loro persero la vita anche i dirigenti e i giornalisti al seguito e lo staff tecnico della squadra, per un totale di 31 morti.

Tra di essi, anche Rubens Fadini, che vede la sua giovane vita terminare prima ancora di compiere i ventidue anni. L’Italia, sconvolta dalla tragedia, vide come detto intitolati ai caduti di Superga molti degli stadi Comunali. Un’idea che parve ideale anche ai dirigenti di Giulianova, che non riuscivano ad intitolare lo stadio locale a nessuna personalità proprio a causa delle forti tensioni provocate dalla contrapposizione politica tra destra e sinistra che si era fatta sempre più forte dopo le elezioni del 1948. Così l’idea arrivò da un dirigente che si tolse il cappello, e vi inserì diciotto bigliettini con i nomi dei diciotto calciatori scomparsi del grande Torino. E non senza sorpresa, tra Mazzola, Menti, Ossla, Martelli, Rigamonti, Castigliano e Bacigalupo spuntò il nome di Rubens Fadini.

Qualcuno propose di ripetere l’estrazione, essendo il nome del giovane mediano emiliano quasi sconosciuto ai più. Ma tutti si opposero: se il destino aveva deciso così, non si poteva far finta di nulla e non onorare la memoria di un ragazzo così giovane. Fu un calciatore nativo di Giulianova, Giannino Di Teodoro, a tenere il discorso di intitolazione dell’impianto, essendo stato compagno di Fadini ai tempi del Venezia, prima che il giocatore si facesse notare della Gallaratese. E così il “Fadini” è ancora oggi l’impianto in cui i giallorossi abruzzesi, al momento in Serie D dopo tante stagioni in terza serie, disputano i loro incontri.