Paolo Rossi: il destino di essere “Hombre del Partido”

di Fabio Belli

Cosa si prova quando al termine di una salita impossibile, sfinente, infinita, il corridore o il ciclista sentono ridursi la resistenza dei pedali, vedono la discesa e capiscono di avercela fatta? E’ un cerchio che si chiude, un destino che si compie, una vittoria che si registra negli annali di una vita. In quel torrido pomeriggio di luglio del 1982, Paolo Rossi non sa ancora di essere diventato “Pablito“. Tutta la Nazionale azzurra è ancora inferocita dalle critiche subite, dopo una prima fase disastrosa: quando però, dopo aver domato la Polonia grazie ad una sua doppietta, Rossi alza gli occhi al cielo, e vede il tabellone luminoso del Camp Nou di Barcellona che lo proclama “El Hombre del Partido“, capisce che il coronamento di una carriera è arrivato prima ancora della finalissima contro la Germania Ovest. Che pure sarà sbloccata da un suo gol, giusto viatico per l’ormai inevitabile trionfo.

1982 World Cup Final. Madrid, Spain. 11th July, 1982. Italy 3 v West Germany 1. Italy's Paolo Rossi celebrates after scoring the opening goal in the World Cup Final.“El Hombre del Partido” Pablito lo è già diventato dopo la pazzesca tripletta a quello che ancora da moltissimi amanti del calcio viene considerato il più forte Brasile di tutti i tempi, senza nulla togliere alle altre cinque squadre che resero i verdeoro pentacampioni. Ma Zico, Falcao, Socrates, Eder, Cerezo, Junior, solo per citare i più celebri, facevano spavento. Eppure si inchinarono di fronte a quello scricciolo che sapeva sempre prima dove sarebbe andato a finire il pallone, e che prima di quel match, nel quale ai brasiliani pure sarebbe bastato un pari per raggiungere la semifinale, non aveva praticamente toccato palla.

Quello che Zico e compagni non sapevano è che Rossi la sua leggenda l’aveva già costruita passando indenne ad un un numero impressionante di disavventure. Non tutti sanno che uno dei migliori opportunisti d’area di ogni tempo del calcio italiano, a diciassette anni era in realtà un prospetto dalla tecnica finissima, pronto a raccogliere alla fine degli anni settanta l’eredità della tradizione delle grandi ali destre italiane, tramandata in quegli anni da Franco Causio e Claudio Sala. Una tecnica sopraffina ed una velocità palla al piede impressionanti, spezzatesi però nel settore giovanile della Juventus a causa di tre operazioni al menisco.

Rossi finisce al Vicenza, in molti sono pronti a scommettere che la sua carriera non decollerà più, ma la svolta arriva dall’intuizione di Giovan Battista Fabbri, l’artefice di quello che sarà conosciuto come il Real Vicenza. Gibì si trova una gatta da pelare quando Sandro Vitali, centravanti biancorosso nel 1977, lascia basiti tutti scappando di notte dal ritiro di Rovereto, ormai a fine carriera e allergico alla disciplina della preparazione estiva. Fabbri sposta Rossi a centro area, a raccogliere tutti i palloni che può, ed il Vicenza domina il campionato di Serie B, con 21 gol di Rossi che si ripete nella stagione 1977/78, capocannoniere in un massimo campionato che vedrà il club veneto ottenere, con il secondo posto finale, il suo miglior piazzamento di sempre.

Per Rossi si spalancano le porte del Mundial argentino del 1978, ma non quelle del ritorno alla Juventus, che sembrava ormai prossimo. Alle buste, il presidente del Vicenza Farina lo riscatta per 2 miliardi, 612 milioni e 510 mila lire, una cifra record per l’epoca che lascia tutti sbalorditi, e che non serve ai biancorossi per evitare la retrocessione dopo il campionato dei miracoli. Rossi passa al Perugia, quindi resta invischiato nello scandalo del calcioscommesse. Assieme a quelli di Giordano e Manfredonia, il suo è il nome più noto, sfumano gli Europei in Italia del 1980, in molti tornano a parlare di carriera finita.

Ma i progetti del destino a volte sono imperscrutabili. Scontata la squalifica, Rossi passa davvero alla Juventus, ma sembra l’ombra di sé stesso. Come Fabbri dopo gli infortuni di gioventù, è un allenatore a credere in lui e nella sua precaria condizione fisica. Enzo Bearzot lo porta comunque in Spagna, insiste su Rossi titolare anche dopo le prime prestazioni sconcertanti, e poi finalmente i gol: 3 al Brasile, 2 alla Polonia, 1 alla Germania, e mani sul Mondiale, 44 anni dopo l’ultimo trionfo azzurro. Ma Rossi, divenuto “Pablito” a furor di popolo, e a Natale del 1982 Pallone d’Oro per acclamazione, questo lo sapeva già a Barcellona, quando la scritta lampeggiante del Camp Nou aveva segnato la fine delle eterne montagne russe della sua carriera.

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