Mané Garrincha, dalla gloria mondiale alla Prima Categoria col Sacrofano

(articolo tratto da Il Corriere Laziale di martedì 13 maggio 2014)

di Fabio Belli

Nei bar di Roma si parla di calcio. Sempre, o quasi sempre. E sempre o quasi sempre di Lazio e di Roma, di Roma e di Lazio. Si va nello specifico, si commenta l’attualità, si fantastica sul futuro, sul mercato: “vedrai l’anno prossimo…”. Ma si parla anche di passato, tanto. L’album dei ricordi è sempre aperto, soprattutto quando seduti ai tavolini ci sono i più anziani. E se qualcuno ponesse la domanda: “Qual’è stato il più grande calciatore che ha giocato nella Capitale?” allora quasi novant’anni di derby riprenderebbero forma in un baleno. Dalla parte giallorossa, c’è chi non scorda il “Divino” Falcao, simbolo di una stagione nella quale la Roma si arrampicò a un passo dalla gloria europea. In casa biancoceleste, i fasti dell’era-Cragnotti hanno permesso di veder sfilare delle stelle di prima grandezza: autentici assi come Mancini, figli del popolo laziale come Nesta, Pavel Nedved proiettato verso la gloria del Pallone d’Oro, Juan Sebastian Veron e tanti ancora. E poi il mito Chinaglia, fino ad arrivare a Ghiggia e Schiaffino in maglia giallorossa, e così via fino ad affondare le radici ai tempi di Silvio Piola e Fulvio Bernardini. Eppure, il più grande calciatore di tutti i tempi passato per la Capitale, potrebbe non aver vestito né la maglia della Lazio, né quella della Roma. L’onore spetta infatti al Sacrofano, la cui squadra locale, attualmente militante in Prima Categoria, rappresenta un comune di circa 7000 abitanti.

foto ©thebegbieinside.com
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Sono in pochissimi a conoscere questa storia, venuta alla luce grazie al lavoro della redazione di thebegbieinside.com, sito di controcultura calcistica, che prende come simbolo per la propria filosofia l’indimenticabile personaggio di “Trainspotting”. E il nome in questione è quello di uno dei miti assoluti del calcio di tutti i tempi, favoloso interprete del Brasile campione del mondo nel 1958 e nel 1962. Stiamo parlando di quello che viene considerato il più grande “dribblatore” di tutti i tempi, quel Mané Garrincha che finì col morire povero ed alcolizzato, a soli quarantanove anni nel 1983.

Ma come c’è arrivato Garrincha a Sacrofano? Nonostante un carattere estroso e naif, generoso ed ingenuo fuori quanto scaltro e geniale in campo, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, Garrincha era una stella di prima grandezza. Nato con una malformazione che gli aveva causato una differenza di sei centimetri di lunghezza tra una gamba e l’altra, oltre a problemi al bacino, Mané sfruttò queste particolarità, e grazie alle cure riuscì non solo a giocare al calcio, ma a rendersi imprendibile per qualsiasi avversario, grazie proprio alla classica andatura ciondolante. E’ stato il primo rifornitore di assist per il giovane Pelé, anche se l’alleanza nella Selecao era solo una pausa nell’eterna rivalità che vedeva “O Rey” simbolo del Santos, e Mané del Botafogo.

La storia portata alla luce da thebegbieinside.com non trova però nel suo scenario iniziale un campo da calcio, ma nel pieno del personaggio Garrincha, c’è il fumoso scenario di un night club, fumo, whisky e una meravigliosa ballerina e cantante, Elza Soares. E’ il 1969, e la carriera del ragazzino che dalla favela di Pau Grande, ai bordi di periferia di Rio de Janeiro, era arrivato a toccare il tetto del pianeta per due volte (vincendo anche il Mondiale cileno del 1962 da capocannoniere), è ormai al tramonto. Già da quattro anni, “l’uccellino” (il soprannome Garrincha deriva proprio da quello di una specie di passerotto) ha lasciato il Botafogo, e vaga già tra i fantasmi degli amori finiti, dell’abuso di alcool e soprattutto di una denuncia penale per un incidente stradale, per la quale per diverso tempo sarà ricercato dalla polizia brasiliana. Elza Soares è una soubrette molto richiesta in Europa, e a Roma all’epoca la “Dolce Vita” è in piena espansione. Mané decide di seguire Elza, e prova a costruirsi un angolo di pace a Torvaianica. Lei balla nei locali della Roma bene, lui si accontenta di un modesto salario corrisposto dall’Istituto Brasiliano del Caffé in Italia, per il quale accetta di fare da testimonial. Il calcio sembra essere un ricordo lontano.

Ma anche a Roma gli amici e gli estimatori non mancano. Uno di essi, il leggendario bomber della Roma, noncé ex compagno di squadra di Garrincha al Botafogo, Dino Da Costa, ha appeso le scarpe al chiodo da un po’ e nel 1970 si trova ad allenare per diletto proprio il Sacrofano. Tra i dilettanti Da Costa è fresco di vittoria, la squadra è salita in Prima Categoria, l’ambiente è buono per divertirsi e fare calcio senza alcun tipo di pressione. L’ideale per far ritrovare all’amico Mané, col passare del tempo nella sua permanenza a Roma di nuovo persosi tra i demoni dell’alcol e l’amore burrascoso per Elza, quella “allegria del popolo” del quale lui si è sempre reso orgoglioso ambasciatore. Garrincha è nato povero, sa che probabilmente povero morirà, e che l’unica missione nella vita che gli abbia dato soddisfazione, è stata regalare allegria, attraverso il calcio, ai poveri come lui.

1E allora Da Costa riesce nell’impossibile: convincere il due volte campione del mondo a vestire la maglia del Sacrofano, e a trascinarlo alla vittoria in un torneo a Mignano Monte Lungo. Nella finalissima Garrincha segna due gol direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo. Nonostante sia appesantito, non allenato, e sfrutti tutti i momenti liberi possibili per attaccarsi alla bottiglia, la sua classe e la sua genialità in campo lo rendono una sorta di fenomeno paranormale, in mezzo a quei volenterosi dilettanti. Quella manciata esigua di partite viene quasi persa nella memoria, tanto che questa storia viene tramandata attraverso i racconti di chi era lì, perchè negli almanacchi ovviamente non ve n’é traccia. Ormai presa la triste china che lo porterà alla morte, Garrincha non è certo il massimo dell’affidabilità, e Da Costa sa che reclutarlo per un campionato intero sarebbe impossibile, anche se farebbe forse più bene al “passerotto” che al Sacrofano, per restare in campo lontano dai suoi demoni.

“Qui riposa in pace colui che fu la Gioia del Popolo, Mané Garrincha” recita la scritta sulla lapide del campione. Quei due gol dalla bandierina col Sacrofano restano una perla inestimabile, sepolta nella nebbia della sua storia italiana. A Roma vederlo in campo è stata una rarità, molto più frequente era possibile osservarlo rincorrere Elza nei locali notturni della Capitale. Mentre lei lavorava, a volte se ne andava a Campo de’ Fiori a palleggiare o a improvvisare partitelle con i ragazzetti, con una folla che puntualmente si radunava ad osservare quello sbalorditivo giocoliere, senza sapere di avere davanti agli occhi il grande Garrincha, magari ammirato in televisione, quando ancora assistere ad una partita internazionale era un evento che faceva radunare le persone nei bar, nelle finalissime del 1958 e del 1962. E allora, tornando all’inizio, a Sacrofano hanno una carta unica da giocarsi nelle disfide da bar: Lazio e Roma hanno avuto campioni amati, vincenti, a volte anche invidiati dai più grandi club del mondo, ma non possono dire di aver visto con i loro occhi la Gioia del Popolo in azione.

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