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Luciano Vassallo, la sua Africa

di Fabio Belli

Sangue italiano e pelle nera. Tra i top player delle nazionali di tutto il mondo, il caso che lega Luciano Vassallo all’Etiopia è senza ombra di dubbio uno dei più interessanti. Nel 1962, ad Addis Abeba si sta giocando la finale della Coppa d’Africa. Il calcio del Continente Nero sta vivendo ancora i suoi anni pionieristici: in particolare l’Africa Nera è molto indietro rispetto a quella mediterranea. L’Etiopia fa eccezione in quanto la dominazione italiana, retaggio degli anni del fascismo, ha attaccato a una generazione intera la malattia del football. Luciano Vassallo nasce ad Asmara, figlio di Vittorio, un militare, e di una donna etiope, Mebrak. Caduta la dominazione, per i meticci italiani i tempi si fanno duri, ma è il calcio a segnare un’occasione di riscatto per Luciano, che da centrocampista offensivo di enorme qualità, soprattutto per gli standard africani dell’epoca, diventa capitano della nazionale etiope.

Se ai giorni d’oggi parli di calcio e dici Etiopia, poco o nulla risale alla mente degli appassionati. Una Nazionale mai qualificata per un Mondiale (anche se per l’edizione del 2014 mai il traguardo era stato così vicino). E anche in Coppa d’Africa, negli ultimi vent’anni anch’essa salita alla ribalta mediatica del calcio globalizzato, gli ultimi cinquant’anni hanno visto la bacheca di Addis Abeba inesorabilmente vuota. Ma in quel 1962 i padroni di casa si presentavano all’appuntamento da favoriti: la grande ribalta alla quale Luciano Vassallo ed il fratello Italo, anch’egli in squadra, erano arrivati però con grande fatica e tra lo scetticismo generale.

A leggere i numeri di Vassallo in Nazionale (104 presenze e 99 gol tra il 1953 e il 1970) sembra incredibile, ma è proprio così. Le origini italiane erano molto mal viste all’alba degli anni sessanta. Ma se le doti calcistiche di Luciano non potevano esimere la federcalcio locale di garantirgli un posto fisso in Nazionale, la possibilità che un italiano potesse indossare la fascia di capitano in un evento così importante era considerato impensabile, soprattutto da parte dei senatori dello spogliatoio, etiopi al 100%.

Vassallo non avrebbe accettato di essere degradato per motivi di “razza”, e senza la sua presenza in campo, c’è da scommettere che quella Coppa d’Africa non sarebbe mai finita nella bacheca dell’Etiopia. A salvare la situazione arriva l’input dell’imperatore Hailè Selassiè, che fa capire senza mezzi termini ai suoi luogotenenti che gestiscono il calcio come l’Etiopia debba mettere da parte le divergenze per assicurarsi la Coppa. Questione di prestigio e di propaganda: non si giocasse proprio ad Addis Abeba, forse le cose sarebbero andate diversamente. Fatto sta che l’imperatore non si può contraddire, e trovare una regola imposta dall’alto che possa zittire i malumori di spogliatoio è un gioco da ragazzi. La federazione impone: sarà capitano chi scenderà in campo col maggior numero di presenze in Nazionale sulle spalle. Per Vassallo, ancora oggi recordman degli “Walyas” (così sono soprannominati i calciatori dell’Etiopia) è il via libera per restare capitano.

La finale, come nel più classico dei film, vede Vassallo realizzare il gol decisivo dopo che l’Etiopia si era trovata sotto di un gol contro l’Egitto, a 5′ dalla fine. Hailè Selassiè consegna personalmente nelle mani del capitano italiano l’ambitissima coppa: è ancora oggi il momento più alto della storia del calcio etiope. Nel 1974, dopo la caduta di Selassié, Vassallo fu costretto a lasciare l’Etiopia a causa del clima instauratosi durante la dittatura militare: a Ostia, ripartendo da zero come esule, ha fondato una scuola calcio nella quale ha concluso i suoi anni di lavoro sul campo. A ottant’anni, oggi vive a Tivoli, in provincia di Roma.