Le vacanze romane del “Mago” Helenio Herrera

di Alessandro IACOBELLI

Estate 1968. L’A.S. Roma è da poco una società per azioni. Il Presidente Franco Evangelisti, ormai pronto ai saluti, vuole regalare un sogno ai tifosi. Un sogno per ambire alla grandezza del successo. Dal cilindro esce un nome: Helenio Herrera. Prima dell’approdo in riva al Tevere ha vinto di tutto e di più. L’Inter planetaria è opera sua: due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e un tris di scudetti. Gloria anche in Spagna, sulle panchine di Barcellona e Atletico Madrid.

Roma è bella, languida, mondana e attraente. Herrera se la gode eccome. Donne e auto le sue debolezze. Tre mogli, otto figli (di cui una piccola adottata) e una lista indecifrabile di amanti. Mettiamoci pure un pauroso incidente stradale, dal quale rimane incredibilmente illeso.

Il Vangelo di HH è sempre lo stesso: catenaccio e pressing asfissiante. Nella capitale trovano casa due allievi fidati: Santarini e Bet. L’idolatrata bandiera Giacomo Losi, dopo appena otto turni, viene messo alla porta. L’ombra più grande irrompe nel marzo del 1969. La punta Giuliano Taccola muore, per un arresto cardiocircolatorio, nello spogliatoio dello stadio di Cagliari in circostanze mai totalmente chiarite. C’è però una luce: la Coppa Italia. Fabio Capello e l’asso spagnolo Peirò firmano la finalissima contro il Foggia. Grande entusiasmo in città, nonostante l’ottavo posto al termine della prima stagione. L’annata successiva è povera di acuti, con un anonimo undicesimo posto in campionato e l’eliminazione in Coppa delle Coppe in semifinale.

Intanto Marchini rileva la presidenza della società. Il rapporto tra il patron e il tecnico non è dei migliori. Il bicchiere si rovescia all’alba della stagione 1970-1971 con i talentuosi, Spinosi, Capello e Landini ceduti alla Juventus in cambio di tre vecchie volpi come Zigoni, Vieri e Del Sol. C’è turbolenza e contestazione. I giallorossi però viaggiano e bene. Cordova e soci partono a razzo per poi calare nel corso dei mesi. Discreta comunque la sesta piazza a quota 32. Nel mese di aprile Marchini, furibondo dopo alcune dichiarazioni al vetriolo del mister, esonera Herrera ed affida la squadra a Tessari. In sessanta giorni cambia il mondo. Marchini lascia il timone a Gaetano Anzalone e HH torna in sella.

Il secondo trofeo giunge con la Coppa Anglo-Italiana nella stagione ’71-’72. In avanti Vieri, Zigoni, Cordova e soprattutto Amarildo offrono sprazzi funambolici. Cappellini, Scaratti e lo stesso Zigoni timbrano il match contro il Blackpool.

Sembra il paradiso, ma è l’inizio di un incubo sportivo. Si congedano in blocco Del Sol, Vieri, Petrelli e Amarildo. Valerio Spadoni è il nuovo centravanti. Cominciano a farsi largo due giovani promesse: Agostino Di Bartolomei e Francesco Rocca. Nelle prime cinque giornate il popolo romanista si illude. Il capolavoro balistico di Nanni, nel derby con la Lazio, e il poker servito dalla Ternana di Corrado Viciani compromettono l’esperienza capitolina del “Mago”. Anzalone ora non può più difenderlo e opta per l’esonero in luogo di Trebiciani. I giallorossi si salvano per il rotto della cuffia chiudendo undicesimi.

Amaro epilogo di un amore mai sbocciato. Herrera e Roma: così vicini, così lontani.

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