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Fratelli, padri, figli: le dinastie nel calcio

di Enrico D’Amelio

Un tempo c’erano i fratelli. Espressione di romanticismo e dna, a costellare la galassia di un calcio che fu. Uno sport fatto di immagini in bianco e nero sgranate, gradinate scoperte gremite di eleganti spettatori in abito anni ’30 , in cui il concetto dell’attuale professionismo portato all’eccesso era lontano anni luce. Così, se andiamo a togliere le ragnatele da enciclopedie oramai ingiallite, possiamo riscoprire volti di uomini dall’essenza rudimentale, che ci rimandano cronologicamente alla nostalgia dei tempi andati. Dalla dinastia dei Sentimenti – Ennio, Arnaldo, Vittorio, Lucidio e Primo, meglio conosciuti come Sentimenti I, II, III, IV e V – o dei Ferraris, in cui figurava Attilio, il IV, bandiera e anima della Roma di Campo Testaccio. Nativo del Rione Borgo, si narra che il padre, proprietario di una bottega di bambole in via Cola di Rienzo e con 8 figli da mantenere, rispedì al mittente un’offerta irrinunciabile giunta dalla Juventus. “Mio figlio è romano, e giocherà soltanto con la squadra della sua città”, fu la risposta di Secondo Ferraris, a discapito delle sue origini piemontesi.

Poi fu la volta dei padri. Siamo verso la fine degli anni ’40, con il secondo conflitto mondiale alle spalle e un movimento calcistico che inizia ad essere sempre più strutturato. Fu in quel contesto che visse e morì il Mito dal destino maledetto, quello volato in cielo talmente giovane da diventare subito leggenda. La favola del ‘Grande Torino’, tramandata nei racconti dei nonni, e finita a causa di uno schianto sulla maledetta collina di Superga. Lì perse la vita Valentino Mazzola, l’unico calciatore italiano insieme a Francesco Totti ad essere paragonabile ad Alfredo Di Stefano; quello che, secondo i giornalisti più attempati come Giubilo o Sconcerti, era meglio di Maradona o Pelé. A continuare la tradizione di famiglia fu Sandro, protagonista in un’altra squadra fregiatasi dello stesso aggettivo di quella del padre: la ‘Grande Inter’ di Helenio Herrera. Anche qui corsi e ricorsi storici, questa volta a livello dirigenziale, con Massimo Moratti che riporterà la Coppa dalle grandi orecchie nella Milano nerazzurra, 45 anni dopo quella del 1964/65 di papà Angelo. Sarti, Burnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jaìr, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Uno degli ‘undici’ più ricordati di sempre, anche se, nonostante la splendida carriera quasi ventennale, caratterizzata dalla famosa staffetta con Gianni Rivera ai Mondiali in Messico del 1970, Sandro non potrà essere ricordato nella schiera degli eletti come papà Valentino.

Infine vennero i figli. Se ogni società ha delle tappe indelebili che il tempo non potrà cancellare, una di queste è sicuramente l’immagine di un capitano che alza al cielo la prima Coppa dei Campioni. Per la Milano rossonera l’onore di questo gesto è toccato a Cesare Maldini, nella finale di Wembley del 1963. Ironia della sorte, stesso avversario dell’Inter di Sandro Mazzola, quel Benfica che proprio nel 1962 subì la maledizione di Béla Guttmann, l’allenatore ungherese che predisse 100 anni di sventura nelle finali europee per la società lusitana, finora puntualmente avveratasi. Dopo tanta gloria (Maldini padre vinse anche 4 campionati), poteva essere difficile ipotizzare che il figlio di Cesare non potesse subire una legittima paura del confronto. I più maligni misero in dubbio il fatto che il giovane Paolo meritasse di esordire in prima squadra a soli 16 anni, quando il 20 gennaio 1985 Nils Liedholm lo gettò nella mischia sul campo dell’Udinese. Ancora corsi e ricorsi storici, visto che il Friuli era la terra d’origine di papà Cesare. Lì, la prima di 648 presenze in Serie A per uno dei più forti giocatori in senso assoluto. 7 campionati, 5 Coppe dei Campioni, di cui 2 alzate al cielo da Capitano, e una sequela di trofei che si farebbe fatica a contare, ma, soprattutto, un esempio di lealtà e correttezza. Dentro e fuori dal campo. Un simbolo del calcio italiano e della Nazionale, con la maglia azzurra indossata 126 volte, e un primato sfilatogli solo dai compagni Cannavaro e Buffon in tempi recenti. Al Mondiale del 1998 una delle pagine più romantiche del nostro calcio, con papà Cesare in panchina a fare da selezionatore, e Paolo in campo a far parte di una difesa di ferro. Capitano e leader indiscusso di un gruppo fermato solo dalla sfortuna e dai calci di rigore ai quarti di finale contro la Francia poi Campione del Mondo.

C’è un brano di Roberto Vecchioni dedicato al fratello, ‘Canzone per Sergio’, in cui il cantautore milanese afferma un concetto facilmente assimilabile alle varie storie narrate: “Siccome Sergio era mio fratello, mi rivedevo facilmente in lui, perché eravamo stati bambini assieme”. Così è iniziata la favola di molti calciatori. Una palla da prendere a calci insieme, fino a sera. In un campetto dietro casa, o in una piazza. Salvo ritrovarsi 15 anni dopo a scambiarsi i gagliardetti a San Siro, come nel caso di Franco e Beppe Baresi. Questa è la metafora, al netto di tutte le vicissitudini intrecciate attorno a questa sfera rotonda. La contrapposizione, l’agonismo, l’unione, il gioco. In un oratorio, a scuola, o alla Scala del Calcio. Davanti a 80.000 spettatori, e con due maglie a strisce da difendere, perché ‘Milàn l’è semper un gran Milàn’. Prima che si spengano le ‘Luci a San Siro’, e quelle della ribalta del tempo della giovinezza e della notorietà. Senza dimenticare, però, di tornare un po’ bambini e ricominciare a prendere assieme a calci un pallone. Rivedendosi negli occhi dei figli che giocano. Esattamente come 40 anni fa.