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Alfredo Di Stefano: la “saeta rubia” non andò alla Roma per un autista di troppo

di Valerio Fabbri

Alfredo Di Stefano, scomparso di recente e ricordato come una vera e propria icona del calcio mondiale, agli inizi degli anni ’50 fu ad un passo dal vestire la maglia giallorossa e, con ogni probabilità, quella azzurra. Un retroscena poco noto eppure assai accattivante, ma è un dato di fatto che la saeta rubia, nata a Buenos Aires e naturalizzata spagnola, segnò la storia del Real Madrid e del calcio europeo dopo essere stato vicino firmare con la Roma di Renato Sacerdoti, il Banchiere di Testaccio che, dopo aver fiutato l’affare, fece marcia indietro fra mille timori.

E’ una storia gloriosa quella di Di Stefano. Cresce calcisticamente nel River Plate, dove fa il suo esordio giovanissimo in un gruppo dove la stella è el maestro Adolfo Pedernera. Quella squadra raccoglie successi a ripetizione e forma anche l’ossatura dell’Albiceleste che conquista la Copa America del 1947. Tuttavia, in seguito a problemi interni alla federazione argentina, Pedernera tenta l’avventura in Colombia con i Millonarios, la cui proprietà strapaga i calciatori e solleva diversi dubbi sulla liceità dei suoi contratti dorati, peraltro anticipando di oltre mezzo secolo sceicchi ed oligarchi. La Lega colombiana (DIMAYOR) asseconda l’ascesa dei Millonarios e si libera le mani abbandonando la Federazione colombiana. Riceve anche una squalifica dalla FIFA, ma continua per la sua strada: accogliere giocatori stranieri promettendo lauti guadagni.

Pedernera non è solo un fenomeno con i piedi, ma anche un vero e proprio leader. Ai Millonarios porta, tra gli altri, Di Stefano e Nestor Rossi: inizia il periodo del cosidetto El Dorado del calcio colombiano, meta prediletta anche di calciatori europei (ungheresi, cecoslovacchi, qualche italiano), che primeggerà per diversi anni in America latina e non solo. A Bogotà 5000 tifosi accolgono gli ex del River, la stampa è in delirio, un intero paese si esalta. Per i Millonarios la concorrenza è modesta. A sentire Di Stefano giocano con la tattica del “5 con balletto”: una volta inflitte 5 reti all’avversario, si inizia a “danzare” con la palla per evitare umiliazioni. Ciò non toglie che segnerà 267 gol in 292 partite.

Di Stefano diventa per la stampa colombiana el alemano, per il fisico fuori dall’ordinario e i capelli chiari, caratteristiche non indifferenti alle donne colombiane. Mette in bacheca titoli a ripetizione, di squadra e individuali, ma il Patto di Lima (ottobre 1951) obbliga la DIMAYOR a rientrare nei ranghi Lega e FIFA, e a favorire il deflusso dei calciatori stranieri con contratti irregolari. Un esodo inverso che segna non solo la fine dell’El Dorado, ma anche il ritorno dei campioni alle squadre d’origine. Di Stefano però non ha voglia di rientrare a Buenos Aires, e durante una tournée europea con Los Millonarios fa sapere alla Roma che la città gli piace e giocherebbe volentieri con i giallorossi. Chiede 70 mila dollari all’anno e un autista personale, condizioni alla portata di Sacerdoti, che però teme di ritrovarsi un giocatore sul viale del tramonto, pronto a svernare nella città della Dolce Vita.

Le voci infondate di vincoli contrattuali e ritorsioni della Lega colombiana scoraggiano la Roma, che acquista Ghiggia dal Penarol. Los Millonarios vanno poi in Spagna per altre amichevoli e la storia cambia. Il Barcellona e’ pronto a chiudere l’affare, ma Santiago Bernabeu non ci sta e riceve addirittura il supporto indiretto del governo: eventuali fortune calcistiche dei blaugrana con Di Stefano potrebbero incoraggiare spinte autonomistiche dei catalani, meglio Madrid. Con la promessa di un’alternanza di maglia – una stagione a Madrid e una a Barcellona – il tormentone trova la sua fine. Di Stefano firma alle stesse condizioni proposte alla Roma, incluso l’autista. Ovviamente non si muovera’ dal Real, anzi ne diventera’ un simbolo, antesignano dei “galacticos”, e ne segnera’ la storia firmando in tutte le vittoriose finali di Coppa Campioni tra il 1956 e il 1960.