1994: Brasile-Italia 3-2 dcr. La rivoluzione sacchiana si fermò al Rose Bowl

di Fabio Belli

Il Rose Bowl di Pasadena è un catino bollente quando Franco Baresi sta per calciare il primo rigore della serie italiana. E’ già un momento storico di per sé, visto che mai la finale del Mondiale si è decisa ai calci di rigore in sessantaquattro anni di storia. Difficile che chi legga non conosca già l’epilogo di quella roulette russa dal dischetto. Ma in molti, troppi partono dal rigore fallito dal giocatore simbolo di quel Mondiale e di quella stagione della storia del calcio, Roberto Baggio, che fu solo il sigillo in una storia già compromessa dai precedenti errori di Massaro, e proprio del “Kaiser Franz” milanista. Il rigore di Baresi rappresenta invece il momento in cui tutto ancora poteva accadere, e in cui poteva portarsi a compimento una rivoluzione iniziata sei anni prima, e sulla scia della quale il calcio italiano era tornato a dominare la scena mondiale a livello di club.

Brasile "tetracampeao" nel 1994

Brasile “tetracampeao” nel 1994

I centri nevralgici della rivoluzione sono due, ed è in parte un caso, e in parte no, che i blocchi della Nazionale italiana ai Mondiali statunitensi del 1994 provenissero proprio da quelle due squadre: Parma e Milan. Ovvero, la squadra che lanciò l’allora CT della Nazionale, e quella che lo consacrò di fronte al mondo intero. Stiamo parlando ovviamente di Arrigo Sacchi, che con un nuovo modo di interpretare la zona fece innamorare Silvio Berlusconi, che gli mise in mano una delle più strabilianti squadre di tutti i tempi. Tornato in cima all’Europa e al mondo, il Milan continuerà a vincere con Fabio Capello, mentre Sacchi proverà ad applicare i crismi della sua rivoluzione alla Nazionale. Un’impresa ardita, condita da un numero di giocatori convocati e di esperimenti senza precedenti, tanto che la squadra arrivò al giugno del 1994, alla prima partita persa contro l’Irlanda, senza avere ancora una fisionomia precisa.

Quando Franco Baresi si trova a battere quel rigore, la rivoluzione sta per essere compiuta nel modo più strano. Niente calcio champagne, fatta eccezione per una mezz’ora in semifinale contro la Bulgaria, ma partite eroiche per resistenza ed applicazione, o decise da prodezze straordinarie dei singoli. Contro Norvegia, Nigeria e Spagna si è vinto così, ma contro i bulgari la sorte ha chiesto il conto al CT. Lite con Beppe Signori, il più formidabile cannoniere di quegli anni del calcio italiano con la maglia della Lazio, stanco di giocare da tornante sinistro e di castrare le sue velleità offensive. Il gran rifiuto del bomber di Alzano Lombardo priverà Sacchi di una freccia micidiale, ma la testardaggine nel CT nel non schierare da punta pure il primo cannoniere capace di sfondare il muro dei 25 gol in campionato dopo 32 anni, non fu da meno. Squalifica per Billy Costacurta, anima difensiva del suo Milan proprio con Baresi, il che portò ad un recupero ad ogni costo di quest’ultimo, perché almeno uno dei due doveva assolutamente giocare. Ed infine, infortunio per Roberto Baggio, che sarà un fantasma al Rose Bowl, contro un Brasile che avrebbe temuto mortalmente la sua fantasia.

Di fronte a Pasadena c’è infatti la più pragmatica Selecao di tutti i tempi. Anche più di quella che Sebastiao Lazaroni aveva schierato con una difesa a cinque che fece inorridire i puristi della “Zaga“: il Brasile difende a quattro, e gli dei del calcio punirono al Delle Alpi di Torino il tecnico con la memorabile giocata Maradona-Caniggia che decise il match. Stavolta, la presenza di un terminale offensivo come Romario è una garanzia. In più lo stato di grazia di Bebeto, suo partner perfetto in campo, Dunga a centrocampo e Branco, che con una punizione delle sue ha steso l’Olanda nei quarti di finale, rendono la squadra di Parreira poco spettacolare, ma quadrata e maledettamente efficace.

L'errore dal dischetto di Baresi a Pasadena

L’errore dal dischetto di Baresi a Pasadena

E torniamo quindi alla palla sul dischetto di Baresi. Sacchi quel momento non voleva giocarselo così, col suo capitano guerriero ferito, reduce da un’operazione al menisco e da un recupero con pochi precedenti di velocità. Sognava di incantare il mondo con l’applicazione su scala Nazionale del suo calcio totale, quello che fece quasi piangere dal nervoso il Real Madrid della “Quinta del Buitre“, umiliato in Coppa dei Campioni dall’applicazione maniacale della tattica del fuorigioco. Quella partita invece, giocata con un caldo infernale, fu se possibile ancor più brutta della finale di quattro anni prima, in cui però non c’era l’attenuante della temperatura. I flash da insolazione parlano di pochi palloni sprecati da entrambi gli attacchi, e di un bacio di Gianluca Pagliuca ad un palo che gli evitò la papera del secolo.

E finalmente ed inesorabilmente si arriva a Franco Baresi, che manda alle stelle i sogni suoi, del suo allenatore rivoluzionario e quelli di un’Italia intera, che con quella squadra aveva imparato a soffrire e a raddrizzare situazioni impossibili. Sbaglieranno come detto anche Massaro e quello che l’Italia abituata a soffrire aveva imparato a chiamare Divin Codino, e che Bruno Pizzul chiamava solo “Roberto“, come uno di famiglia, per distinguerlo dall’altro Baggio, Dino, che ci aveva salvato contro la Norvegia. Ma Sacchi, all’errore di Franco, già aveva capito tutto: non per niente a fine partita, tra i brasiliani festanti per la conquista del “tetra“, furono loro ad abbracciarsi e a piangere calde lacrime di rimpianto. Di lì in poi la rivoluzione sacchiana imboccò la discesa, la grande illusione non tornò mai più.