Crea sito

1970: Brasile-Italia 4-1. Il giallo di quei sei minuti finali

di Fabio Belli

Una finale non necessariamente è la partita simbolo di un’edizione dei Mondiali. Ci sono match che prima dell’atto conclusivo diventano diventano comunque icone per una generazione. Pensi a Messico ’70, ad esempio, ed è sin troppo facile dire Italia-Germania Ovest 4-3. Quei supplementari, con i calciatori completamente impallati dalla stanchezza e dalla mancanza d’ossigeno dovuta all’altura, fecero scoprire un modo emozionante e diverso di vivere il calcio, e soprattutto di ritrovarsi intorno al tricolore, ad una Nazione che dopo la guerra si vergognava di certi sbotti di patriottismo. Ed il calcio non aiutava di certo ad invertire la tendenza, visto che dopo il tragico schianto del Grande Torino, la Nazionale azzurra rimediò quattro eliminazioni al primo turno e una mancata partecipazione in venti anni di Mondiali.

C’è persino una targa all’Azteca, a ricordare ad imperitura memoria che quella partita si giocò proprio , e che dopo un 1-1 non memorabile, Poletti deviò su Muller, Burgnich segnò (ed era già un avvenimento), Riva tornò Riva, Rivera fece segnare di nuovo i tedeschi perché si addormentò sulla linea di porta, e un minuto dopo a sua volta realizzò il gol che, con quello di Tardelli nel 1982 e quello di Grosso nel 2006, è sicuramente nella top 3 dei tifosi azzurri di tutti i tempi. Ma all’Azteca si giocò anche una delle finali tecnicamente e tatticamente più importanti della storia del calcio. Solo che il punteggio (eccessivamente sbilanciato) la fece erroneamente interpretare come una passerella dei più forti ai danni di chi aveva già dato tutto, in quella semifinale leggendaria.

Pelé in trionfo: nel 1970 la "Rimet" diventa proprietà del Brasile
Pelé in trionfo: nel 1970 la “Rimet” diventa proprietà del Brasile

Ma Brasile-Italia 4-1 fu il confronto tra due scuole di football che da un secolo ormai si fanno molto male quando si scontrano. L’Italia su sei finali Mondiali disputate, ne ha perse due, entrambe contro la Selecao; che a sua volta, nel 1938 e nel 1982, si è vista “bruciare” dagli azzurri quelle che sono considerate le due squadre più belle dell’epoca antica prima e moderna poi del calcio. Quella di Leonidas, lasciato inspiegabilmente a riposo dopo un 6-5 contro la Polonia negli ottavi e gli sforzi nei quarti, e quella di Socrates, Zico, Falcao, Junior, Cerezo… troppo, tutto insieme. Quella finale invece è stata perfetta solo per 45’: ci furono uno dei più bei gesti atletici della storia del calcio, il colpo di testa in sospensione di Pelé, che arrivò a far dire a Burgnich di trovarsi di fronte a un semidio (“pensavo fosse fatto di carne e ossa come tutti noi, ma non è così” fu la frase). E la conferma che l’Italia non era in finale per caso: una squadra perfettamente orchestrata, nella quale Rosato era diventato l’uomo della provvidenza in difesa, e nella quale si intendevano Riva e Boninsegna, che erano un po’ come cane e gatto, ma che in azzurro avevano trovato una complicità tale che, quando proprio “Bobo” pareggiò, tutti cominciarono a pensare che il miracolo fosse possibile.

Mazzola e Rivera, protagonisti della "staffetta" messicana
Mazzola e Rivera, protagonisti della “staffetta” messicana

Come detto però, l’Italia di Valcareggi, che a 30 anni esatti dal trionfo di Colombes era tornata ad assaggiare la gloria internazionale negli Europei vinti in casa nel 1968, era una macchina legata a meccanismi precisi. E se Rosato aveva preso bene il posto di Niccolai, infortunatosi nella prima partita contro la Svezia, e Boninsegna aveva sopperito all’assenza improvvisa di Anastasi (una storia nella storia: l’eroe di Euro ’68 dovette saltare la trasferta messicana per uno scherzo del massaggiatore Tresoldi, che lo colpì al basso ventre costringendolo ad un’operazione a un testicolo), la “staffetta” tra Mazzola e Rivera divenne a sua volta un ingrediente imprescindibile. Il problema era che Valcareggi era riuscita a interpretarla bene solo nei quarti di finale. Rivera era stato protagonista di una polemica infuocata con il capo-delegazione azzurro Mandelli, e aveva in pratica saltato in castigo tutta la prima fase. Quando l’Italia si ritrovò a giocare i quarti contro gli indiavolati padroni di casa messicani, il CT buttò dentro dopo l’intervallo il milanista in luogo di Mazzola, più centrocampista ma meno dedito alla manovra d’attacco. Fu un trionfo, tanto che si sbloccò pure Riva, che a quella squadra serviva come il pane come terminale offensivo, con una doppietta.

Contro la Germania Ovest, la Nazione era anestetizzata dal trionfo, e non capì che la “staffetta” fu un mezzo disastro. Dopo un primo tempo nel quale l’Italia trovò gol, contenimento e ripartenza, l’ingresso di Rivera alleggerì troppo il centrocampo, e la ripresa si risolse in un assedio teutonico culminato nel pari in extremis di Schnellinger. Poi lo spettacolo dei supplementari, ed il gol vittoria proprio di Rivera, zittirono ogni possibile critica. Ma Valcareggi si era accorto della metamorfosi della squadra, e proprio quando l’Italia intera pregustava il faccia a faccia Rivera-Pelé, nel secondo tempo della finalissima si ripresentò in campo con Mazzola. Il CT era soddisfatto della tenuta della squadra contro un avversario che in sostanza schierava cinque funamboli (Pelé, Jairzinho, Tostão, Rivelino e Gerson) sostenuti da un mediano che da qualunque altra parte avrebbe fatto il trequartista per qualità e vocazioni offensive, Clodoaldo.

A giochi fatti, viene facile da dire che fu una valutazione sbagliata. La fantasia di Rivera poteva rivelarsi utile negli spazi e nelle ripartenze, per innescare soprattutto Riva. Invece col passare dei minuti i supplementari coi tedeschi pesarono come macigni sulle gambe azzurre, e quando Gerson riportò avanti il Brasile, semplicemente si ruppero gli argini. Rivera, muto come un pesce in panchina, osservò i compagni di squadra soccombere, e dopo il 3-1 di Jairzinho non vide Valcareggi rivolgergli alcun gesto. Quando ormai pensava che la scelta era fatta, e che non avrebbe partecipato al match, a sei minuti dalla fine gli fu ordinato di entrare.

Resta uno dei grandi misteri della storia della Nazionale, mai chiarito da Valcareggi: cosa potesse fare Rivera in soli sei minuti è ignoto a tutti a oltre 40 anni di distanza, tanto che appena entrato, l’Italia subì da Carlos Alberto il 4-1, in un’azione splendida, una vera sinfonia con apertura di gioco di Pelé da restare a bocca aperta. E mentre “O’Rey” diventava il padrone della Coppa Rimet (assegnata definitivamente al Brasile, come prima squadra capace di vincerla per tre volte) e del calcio mondiale, tutti si chiesero se quei sei minuti finali avessero il sapore dell’umiliazione per Rivera, o se Valcareggi si fosse colpevolmente accorto di essersi “dimenticato” del suo asso nella manica sul 3-1, e avesse voluto comunque concedergli l’ebrezza di scendere in campo in una finale mondiale. Che fu un errore, in ogni caso, se ne accorse tutta la delegazione azzurra, salutata al ritorno in patria da un fitto lancio di ortaggi, quando il trionfo sui tedeschi lasciava pensare ad un’accoglienza da eroi, comunque fosse andata la finale. Tanto volubili sono però gli animi dei tifosi italiani, se ne accorsero i ragazzi del ’70 e se ne accorgeranno, dodici anni dopo, quelli dell’82, pur anche, per loro fortuna, in maniera del tutto inversa.

Una risposta a “1970: Brasile-Italia 4-1. Il giallo di quei sei minuti finali”

  1. e’ STATA UNA VERA PAZZIA AVER LASCIATO IN PANCHINA RIVERA,ERO L’UNICO GIOCATORE CHE SAPEVA FAR BRILLARE IL GIOCO PER INVENTIVA E FANTASIA I DIRIGENTI DELL’EPOCA SI SONO COMPORTATI COME I POLITICI DI OGGI SICURAMENTE PER QUALCHE INTERESSE

I commenti sono chiusi.