1934: Italia-Cecoslovacchia 2-1 dts. Il record ineguagliabile di Luisito Monti

di Andrea Rapino

Lothar Matthäus si gustò la sua bella rivincita nella notte magica dell’Olimpico, così come fece Ronaldo a Yokohama nel 2002. L’elenco di giocatori che hanno alzato al cielo la Coppa del Mondo al secondo tentativo è lungo. Nella lista ce n’è però uno solo che può vantare un record singolare.

Nazionale_di_calcio_dell'Italia_-_Mondiali_1934Ovvero, Luis Felipe Monti, centromediano classe 1901, figlio di emigrati romagnoli in Argentina che nel 1930 s’è accontentato del secondo gradino del podio con la casacca dell’Albiceleste, e che nel 1934 si riscatta con la nazionale di Vittorio Pozzo.

Monti nasce a Buenos Aires, e si distingue soprattutto nel San Lorenzo, dove in otto anni gioca oltre 200 partite e porta a casa tre titoli nazionali. A farlo cedere al richiamo delle sirene italiane nel 1931 è la Juventus che sta infilando cinque scudetti consecutivi. Le porte della Penisola per gli stranieri sono chiuse, ma Monti e altri campioni sudamericani entrano dalla finestra grazie all’escamotage dell’italianizzazione sportiva. Nel 1931 disputa la sedicesima partita con la selezione argentina, e già l’anno successivo scende in campo nel primo dei suoi 18 incontri in maglia azzurra.

Non è il solo ad arrivare dall’altra sponda dell’Oceano tra i campioni del ’34. Di quella squadra si ricorda anche Enrique Guaita, attaccante non ancora 24enne da poco approdato alla Roma e subito stella giallorossa, in seguito “stroncato” dalla rocambolesca fuga notturna che nel 1935 lo riporterà in Argentina, spinto dalla paura per la chiamata alle armi per la campagna etiopica. C’è poi Raimundo Bibiani Orsi, che la Juventus ha condotto in Italia già da qualche anno, e che con l’Argentina ha perso la finale di Parigi del 1928, quando l’Olimpiade difatti assegnava la palma di selezione più forte del pianeta.

Luisito Monti in maglia bianconera
Luisito Monti in maglia bianconera

Monti però nei Mondiali italiani ha qualche motivo in più degli altri per essere assetato di rivincita, perché l’appuntamento col tetto del Mondo l’ha saltato due volte: ha perso sia la finale olimpica di Parigi ’28, sia quella del ’30 a Montevideo, dove tra l’altro è stato uno dei calciatori argentini che ha ricevuto minacce di morte alla vigilia della sfida con l’Uruguay. Inoltre si imbarcato per l’Italia bersagliato dalla stampa argentina che lo bolla subito come traditore, e torna a rinfacciargli proprio la scarsa verve nella sfida decisiva al Centenario.

L’italoargentino, che grazie alla prestanza fisica si ritrova il nomignolo “doble ancho“, cioè “armadio a due ante”, non delude il commissario unico che ne ha fatto il perno della mediana azzurra. Pozzo lo schiera in tutte e cinque le partite, compresa quella finale: con lui, nell’allora Stadio Nazionale del Pnf, sono grandi protagonisti gli altri “doppi connazionali”. La Cecoslovacchia fa tremare gli azzurri portandosi in vantaggio a un quarto d’ora dal termine con Puč, ma subito dopo Orsi pareggia sfruttando un assist di Guaita. Ai supplementari è di nuovo Guaita a servire la palla, stavolta girata alle spalle di Plánička da Schiavio, che vale la Coppa Rimet. Per l’Italia è festa. Luisito non lo immagina, ma lui è entrato nella storia anche come unico calciatore ad aver giocato due finali con due Nazionali diverse: un primato che, con le regole attuali, nessuno potrà togliergli.

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